Un anno dopo la terribile catastrofe ambientale nel Golfo del Messico la compagnia petrolifera britannica BP assicura che il 74% del petrolio riversato in mare è stato recuperato.

Il 21 aprile 2010 la piattaforma petrolifera Deepwater Horizon scoppia a seguito di un guasto tecnico. L’esplosione uccide 11 operai e apre due grandi falle nel pozzo di pompaggio del greggio, a 1500 metri di profondità.
Nei mesi successivi e sino all’autunno centinaia di milioni di litri di petrolio si riversano in mare. Il disastro è completo: milioni di pesci ed uccelli muoiono soffocati dal petrolio e nello Stato della Louisiana vengono inquinati centinaia di chilometri di costa.
Il presidente Barack Obama parla di una “Chernobyl del petrolio” e ordina alla BP di rimediare al più presto e di prepararsi a pagare danni miliardari.

Per mesi la BP fallisce ogni tentativo di chiudere le falle sottomarine. Ci riuscirà verso la fine di agosto, non senza prima aver diramato un numero infinito di rapporti per mostrare che le perdite di greggio non sono gravi come si crede e che comunque la società non intende venir meno alle sue responsabilità.

Quando finalmente il pozzo era stato chiuso i media avevano rivolto l’attenzione altrove e il disastro nel Golfo del Messico era stato dimenticato. Adesso invece torna alla ribalta perché da settimana sulle spiagge dello Stato dell’Alabama e del Mississipi spiaggiano i cadaveri di centinaia di delfini (i video si trovano su Youtube). Da queste spiagge sono scomparsi tutti gli uccelli e le tartarughe che ogni anno arrivavano per deporre le uova. Le spiagge sono inquinate. Scavando nella sabbia, a meno di un metro di profondità affiorano chiazze di olio proveniente dal greggio che si trova ancora in mare.

La BP ha diramato un comunicato per spiegare che fine hanno fatto gli oltre 800 milioni di litri di petrolio riversati in mare:
17% recuperato direttamente all’imbocco del pozzo danneggiato
16% si è dissolto naturalmente in mare
3% è stato raccolto dai battelli usati per pulire la superficie dell’acqua
5% è evaporato bruciando
25% è evaporato senza bruciare
8% è stato diluito con appositi solventi chimici
26% rimane ancora in mare

Richard Steiner, biologo dell’Alaska, ritiene assurde le cifre avanzate dalla BP. Ci vorranno decine di anni prima che la situazione torni alla normalità. Secondo lui la compagnia petrolifera ha recuperato tutt’al più il 20% del greggio disperso in mare e lungo le coste. Il rimanente 80% si trova ancora sotto la superficie del mare e si estende lungo centinaia di chilometri. Gli oceanografi hanno rilevato numerose zone dove è scomparsa ogni traccia di vita sottomarina.
I delfini morti in Alabama e nel Mississipi ne sono una dimostrazione. In maniera progressiva gli idrocarburi decomposti risaliranno la catena alimentare partendo dagli organismi sottomarini che li assimilano.
Saliranno in superficie e le correnti li porteranno verso le coste. L’intero ecosistema del Golfo del Messico ne sarà soffocato. A completare l’opera interverranno gli uragani che ogni anno colpiscono questi Stati, portando pioggia frammista a particelle altamente inquinate.

(Fonte: Rue89.fr)