Liliane Tami |
Un archetipo è una forma originaria, un modello primigenio che rappresenta una realtà profonda e universale. È una figura fondante, che non solo precede, ma dà senso e struttura a ciò che viene dopo.
Gli archetipi per Carl Gustav Jung sono strutture dell’inconscio collettivo, immagini e simboli universali che abitano l’immaginario umano da sempre (la Madre, l’Eroe, il Vecchio Saggio, l’Ombra…). Sono forme eterne che si incarnano in miti, sogni, religioni e visioni.
La Vergine Maria, per Otto Semmelroth, è l’archetipo della Chiesa. Ed essa stessa è Sacramento, ossia presenza di Dio in terra.

__________________________
Tra i teologi che hanno preso parte all’elaborazione del Concilio Vaticano II, si leva la figura luminosa di Otto Semmelroth, gesuita e teologo di profonda sapienza, le cui parole seppero unire rigore e contemplazione, dottrina e visione. Uomo di frontiera tra l’antico e il nuovo, tra il mistero eterno e le attese del presente, diede un contributo fondamentale nell’elaborare la costituzione dogmatica Lumen Gentium

Fu suo il tratto elegante e radicale che restituì alla Chiesa il suo volto più profondo: non mera istituzione, ma sacramento originario, trasparenza vivente del Verbo incarnato, segno tangibile dell’invisibile grazia che in Cristo si è fatta carne.
La Chiesa come sacramento: riflesso della Luce increata
Nel suo capolavoro teologico, Die Kirche als Ursakrament (1953), Semmelroth proclama che la Chiesa non è solo una realtà umana regolata da canoni e norme, ma un mistero immerso nella Trinità, segno e strumento della comunione tra Dio e gli uomini.
Essa è il sacramento primigenio, madre dei sacramenti, sorgente e grembo, arca e lampada. In essa Cristo continua a toccare le anime, a guarire, a nutrire, a perdonare. La Chiesa è icona vivente dell’amore di Dio che si riversa nel tempo, fiume sacro che attraversa le generazioni.

Lumen Gentium: l’aurora ecclesiale
Nel 1964, il Concilio Vaticano II sigilla questa intuizione nella Costituzione dogmatica Lumen Gentium, testo maestoso, in cui la Chiesa viene descritta anzitutto come mistero (mysterium), poi come Popolo di Dio, Corpo di Cristo, Tempio dello Spirito Santo.
Qui palpita l’anima del pensiero di Semmelroth: la Chiesa, alla stregua di Cristo stesso, è sacramento universale di salvezza (LG 48), strumento e manifestazione della grazia divina. Non è un fine in sé, ma un segno che rimanda a un Altro, una fiamma che arde nel cuore della notte per indicare la via.
I sette sacramenti e il sacramento-madre
In questa luce, i sette sacramenti – Battesimo, Eucaristia, Confermazione, Penitenza, Unzione degli infermi, Ordine e Matrimonio – non sono riti isolati, ma scaturigini del Sacramento originario, rami dell’unico albero che è la Chiesa, gocce del fiume che nasce dal costato trafitto di Cristo e che nella Chiesa trova il suo alveo.
Ciascun sacramento è una finestra sull’eterno:
- Nel Battesimo, la Chiesa ci genera come figli di Dio;
- nell’Eucaristia, ci nutre del Corpo del Signore;
- nella Riconciliazione, ci fascia le ferite come Madre pietosa;
- nel Matrimonio e nell’Ordine, essa benedice le vocazioni dell’amore e del servizio.
Tutti questi misteri sacri sono custoditi nel cuore della Chiesa, che non è solo dispensatrice, ma essa stessa Sacramento, lei stessa grazia visibile, epifania della carità di Dio tra gli uomini.
Dunque, grazie alla voce profetica di Otto Semmelroth e alla sapienza collettiva del Concilio, la Chiesa appare nella Lumen Gentium non più soltanto come struttura, ma come icona del divino nel mondo, umile sacramento del Regno che viene.
In un tempo spesso smarrito, essa rimane segno dell’Alba, vela del Mistero, arca della speranza. E in ogni sacramento da essa celebrato, risuona l’eco antica e sempre nuova della Presenza di Cristo: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.”

Maria come Urbild – archetipo della Chiesa
Con la penna intinta nel fuoco della Rivelazione,Otto Semmelroth, compose un inno teologico alla Madre di Dio, intitolato “Maria, archetipo della Chiesa” (Maria, das Urbild der Kirche) pubblicato per la prima volta nel 1950. E’ un testo di teologia mariana tra i più profondi e influenti del XX secolo. In esso, Semmelroth propone una visione simbolico-sacramentale della Vergine Maria, presentandola come icona viva e archetipo mistico della Chiesa stessa.
Per Semmelroth, Maria non è solo una figura eccezionale nella storia della salvezza, ma il modello primigenio, l’“Urbild”, cioè l’archetipo, la prima forma e immagine della Chiesa. La Vergine non si pone accanto alla Chiesa come una creatura isolata, ma la precede, la raffigura e la incarna.
Maria è ciò che la Chiesa è chiamata a diventare.
In Lei, la Chiesa si contempla come in uno specchio, scoprendo la propria vocazione più profonda: essere totalmente aperta alla grazia, grembo della Parola, sposa fedele e madre feconda.
In Maria, la Chiesa si contempla come in uno specchio celeste: ella non è figura accanto, ma immagine interiore, forma segreta, impronta eterna scolpita nel cuore della Sposa di Cristo.

Maria è la “prima redenta”, la “tutta santa”, l’alba immacolata in cui la grazia ha potuto fiorire senza ostacolo. Non soltanto parte del corpo ecclesiale, ma il suo cuore purissimo, il principio personale della Chiesa nella storia.
Ella è terra promessa e già compiuta, Vangelo in carne viva, santuario mobile della presenza divina.
La Chiesa, ancora pellegrina, si specchia in Lei e in Lei ritrova la propria chiamata sponsale e materna, la vocazione ad essere:
Nel pensiero di Semmelroth, Maria non è solo modello morale, ma sacramento anticipato della realtà ecclesiale. Ella è segno visibile di una grazia che si riversa sulla Chiesa intera:
come la Chiesa, custodisce, offre, nutre e dona il Cristo.
Ma diversamente dalla Chiesa, Maria non è mai peccatrice, mai incerta, mai infedele: è la Chiesa senza ruga né macchia, la Sposa compiuta, l’archetipo perfetto verso cui ogni battezzato è in cammino.
In Lei, la Chiesa è già glorificata: il suo Assumpta è icona escatologica, profezia silenziosa del destino ultimo dei redenti.
Per Otto Semmelroth, Maria è la Chiesa già fatta cielo, la pupilla dell’occhio divino, la candela che arde davanti all’altare dell’Incarnazione.
Nel Concilio Vaticano II, il suo pensiero fiorì come canto finale nella Lumen Gentium, dove Maria non è presentata come regina a parte, ma madre e figura del Popolo di Dio, presenza vivente e silenziosa, abisso di grazia che abbraccia l’umanità credente.