Una intervista di qualche anno fa
Parole misurate in giorni turbati e violenti
Il direttore del Giornale del Popolo intervistato da Francesco De Maria
* * *
Questa intervistawla feci a Claudio Mésoniat, all’epoca direttore del Giornale del Popolo. L’ho riletta attentamente stasera e mi sono chiesto: quanto ha perso, con gli anni, della sua attualità? Rispondo: pochissimo.
Cari lettori, ve la ripropongo perché, anche se “vecchia”, è migliore e più interessante… di tante cose nuove.
* * *
Claudio Mésoniat b)
Quanti articoli sull’Islam (specificamente) il suo giornale ha pubblicato nell’ultimo anno?
Non riesco adesso a contarli: a occhio e croce direi almeno una cinquantina.
Lei ha almeno un vero amico musulmano praticante? O di più?
Ne ho più d’uno. Per esempio l’imam di Lugano (Samir Redouane al Jelassi, ndR), che considero realmente un amico.
Parliamo delle incomprensioni e degli attriti che possono manifestarsi – tra musulmani e cristiani, tra musulmani e occidentali – nelle nostre società. Lei è convinto che il metodo del dialogo sia praticabile e, alla lunga, vincentBisogna intendersi bene sul termine “dialogo”. Se si cerca una sorta di sintesi o di denominatore comune, si è fuori strada. Per me un dialogo, con chiunque, è fatto 1) di ascolto, pieno di curiosità per l’altro e per il suo ideale; 2) di testimonianza del mio ideale, ovvero dello splendore della Verità fattasi carne e venuta dentro la storia a incontrare l’uomo, a incontrare me. Testimonianza non significa solo parole e soprattutto non significa formule dottrinali da sbattere in faccia all’altro. Nel senso detto il dialogo, ripeto, è sempre possibile ed è davvero, “alla lunga, vincente”.
Lei deve scegliere tra un ateo indifferente e un musulmano fanatico. Che fa?
La domanda è mal posta, perché non si può mai scegliere. Gli interlocutori fanno parte delle circostanze, per noi imprevedibili e comunque sempre feconde (la Provvidenza non si distrae mai). E poi… è un po’ come chiedere se preferirei morire sotto un’auto o sotto un camion…
Il professor Christian Giordano, dell’Università di Friborgo (ma nato e cresciuto a Lugano), ha proposto a suo tempo, suscitando anche scandalo e vive proteste, un’applicazione parziale della sharia islamica per i musulmani in Occidente, anche in Svizzera. Una proposta plausibile? Nient’altro che una futile provocazione?
A me pare una proposta sbagliata. La sharia è il calco delle leggi civili sulle norme coraniche. I nostri codici, certamente, hanno radici che pescano nella nostra cultura ebraico-cristiana. E sono frutto di secoli di maturazione di tale cultura nel confronto con la realtà storica e sociale in cui viviamo. Non possiamo sottrarre gruppi di cittadini ai codici vigenti per sottoporli a chissà quali codici ispirati al Corano, pena la distruzione della nostra civiltà giuridica, che si fonda sull’uguaglianza e parità di trattamento di fronte alla legge. Non si può affatto escludere, però, che nel tempo una consistente e crescente presenza musulmana nei Paesi europei possa, secondo le vie consuete della democrazia, introdurre elementi giuridici nuovi, anche in misura egemonica. Non me lo auguro, perché un confronto tra la nostra civiltà giuridica e quelle islamiche che conosco non mi lascia dubbi di preferenza. Spero perciò che, nel tempo, possa piuttosto accadere, all’inverso, che il patrimonio di ragionevolezza, libertà, socialità, in una parola, di umanità che è depositato nei nostri costumi e nelle nostre leggi possa affascinare i nostri ospiti di religione musulmana e indurli ad abbracciare con convinzione i nostri ordinamenti. Aggiungo che, in realtà, molti musulmani, soprattutto donne (e pour cause), che vengono nei nostri Paesi per trovare condizioni di vita economicamente migliori, non nascondono l’attrattiva che la nostra società esercita su di loro anche dal punto di vista giuridico, politico, culturale. Certo, a nessuno, neppure agli amici islamici, sfugge la crisi profonda che attraversa la nostra civiltà secolarizzata, cioè ormai estranea alle proprie origini religiose. Ma di questo molti musulmani, sinceramente, si dolgono. Quasi ci dicessero: “vorremmo sapere da voi, europei, cos’è questo cristianesimo che ha fatto maturare tali e tanti frutti, ma voi non sapete dircelo”.
Che cosa pensa del sindaco Pisapia, divenuto famoso con il suo progetto di costruire moschee per tutta Milano?
Penso che qualche mio amico musulmano farebbe, da sindaco di Milano, meno disastri di Pisapia.
La condizione soggetta della donna nell’Islam, ecco una delle armi più affilate nelle mani dei critici. Adesso le faccio una domanda assassina (le amo). Non ci può essere una similitudine con la condizione della donna nella vecchia società cattolica?
No, una similitudine non mi sembra proponibile perché in un caso, quello dell’islam, la condizione della donna è determinata da una situazione di inferiorità che è iscritta dall’origine nella prassi e in alcuni sacri testi (in particolare negli Hadith del Profeta). E’ una disparità, possiamo dire, ontologica, dalla quale traggono spunto le ancora attualissime –senza voler infierire- discriminazioni verso la donna, che emergono soprattutto in ambito matrimoniale. Nel caso del cristianesimo, invece, siamo in presenza sia di un comportamento del “fondatore” sia di testi originari (mi riferisco al Nuovo Testamento) che affermano in modo granitico la pari dignità: “in Cristo non c’è più né uomo né donna”. Dove la parità assoluta non significa negazione della differenza, beninteso. L’atteggiamento di Cristo a questo proposito è rivoluzionario rispetto non solo all’ebraismo ma anche alle culture dominanti all’epoca nel mondo. Il seme della parità ontologica tra i due sessi seminato da Gesù è germogliato lentamente (lo stesso vale, ad esempio, per la questione della schiavitù) in culture e civiltà profondamente segnate da antropologie sessiste. Una maturazione, come sappiamo, non ancora del tutto ultimata, per lo meno sul piano della prassi sociale reale. Anche in certe tradizioni islamiche è rintracciabile qualcosa di analogo: ad esempio l’abolizione della poligamia nelle recenti leggi tunisine e marocchine, grazie a una lettura storico-critica dei testi sacri operata da scuole coraniche peraltro minoritarie e oggi fortemente contestate nel mondo islamico. Ma è un discorso che ci porterebbe lontano…
Lei è favorevole alla proibizione del burqa integrale nel nostro paese?
No, sono contrario. Penso che si debba cercare in ogni modo di far evolvere la mentalità che produce tali costumi discriminatori. Ma culturalmente, educativamente, non imponendo per legge il modo di vestire. Diverso sarebbe invece se, ad esempio, apparissero tendenze a insediare convivenze poligamiche (come si diceva a proposito della sharia).
Oggi come oggi si può parlare di persecuzione dei cristiani in certe regioni del mondo a maggioranza musulmana? Se sì, può precisare in quali regioni? Può citarci tre esempi specifici?
Ma le pare si possa dubitarne? Basterebbe sfogliare il Giornale del Popolo degli ultimi mesi per trovare un’abbondante documentazione di persecuzioni reali, frequenti e gravissime. Non credo lei pensi che facciamo disinformazione… Il Pakistan è nelle nostre orecchie proprio in questi giorni per un caso di persecuzione di cristiani. Nel Sudan si calcola che il regime islamista di Khartoum, che bombardava sistematicamente il sud del Paese in quanto cristiano, abbia fatto in vent’anni quasi due milioni di morti. Sono stato di persona, ancora durante il periodo di guerra civile, nel sud del Paese (oggi indipendente) per un reportage televisivo e ho toccato con mano cosa fosse quella persecuzione (per giunta teorizzata da intellettuali famosi come Al Thurabi). Le suggerisco la lettura di un libro fresco di stampa, scritto da un amico e collega italiano, Rodolfo Casadei: “Tribolati, ma non schiacciati. Storie di persecuzione, fede e speranza”, editore Lindau (prefazione del vescovo iracheno di Kirkuk). E’ interessante perché non descrive solo i cristiani perseguitati (in particolare da musulmani) come vittime, ma anche come testimoni.
Nel portale Ticinolive abbiamo un blogger “islamico”, il quale sostiene che certe notizie “agghiaccianti” – come ad esempio quella della bambina handicappata accusata di aver bruciato il Corano – sono spesso frutto di pura manipolazione. Qual è la sua opinione in proposito?
Il caso citato ha fatto emergere in effetti una manipolazione: quella di un imam che ha… irrobustito le prove contro la bambina down aggiungendo alcune pagine di Corano al rogo che la piccola era accusata di aver acceso. La denuncia di questa manipolazione –lo spieghi al nostro blogger- non viene da agenzie stampa occidentali o cristiane ma da una delle maggiori autorità giuridiche dell’islam pachistano… Che spesso ci siano manipolazioni informative è fuori di dubbio. Ci sono state nei casi delle guerre irachene, di quella libica, dell’attuale guerra civile siriana: ma non mi pare, dagli esiti, che penalizzino i musulmani o procurino qualche vantaggio ai cristiani. Ci furono manipolazioni anche ai tempi della guerra civile nell’ex Jugoslavia, quando l’Occidente intervenne giustamente a difesa della minoranza musulmana bosniaca.
Ora la domanda più spinosa. L’estremismo islamico – inteso come aggressivo e sprezzante verso la nostra società e addirittura come suo nemico – esiste in Svizzera? Esiste nel Ticino?
Stavo per rispondere di no. Poi mi è venuta in mente una figura molto nota internazionalmente e che ho avuto modo di conoscere personalmente, perché risiede appunto nel nostro Paese. Il disprezzo per la nostra società –la quale in alcune sue propaggini culturali e politiche lo corteggia e lo coccola- è in lui molto evidente. L’aggressività –sia chiaro- non ha niente a che fare in questo caso con le classiche modalità terroristiche o con atteggiamenti violenti. Si tratta di un influsso più profondo ma non privo di conseguenze dannose: quello di un intellettuale colto e forbito che frequenta salotti televisivi e aule universitarie ma, al contempo, moschee e centri culturali islamici di tutta Europa (in passato soprattutto nelle periferie francesi, più recentemente predicando da una potente radio insediata a Londra). Perché dannoso? Perché il nostro uomo incita i musulmani che risiedono in Europa a non integrarsi realmente, ma solo formalmente, strappando tutte le possibili nicchie di autonomia, anche sharitica, in cui coltivare un’identità inalterabile in tutte le sue espressioni (anche esteriori) e pronta a imporsi non appena la demografia lo renderà possibile. Si chiama Tariq Ramadan.
Questo pericoloso fenomeno non potrebbe essere generato da un atteggiamento di incomprensione ostile della nostra società verso i musulmani?
Non credo. Un certo atteggiamento di incomprensione ostile, secondo me, c’è in molti europei, svizzeri, ticinesi (per non andar lontano e lasciando perdere quelle inqualificabili stupidaggini -mi rifersico al recente video su Maometto- compiute da fondamentalisti cristiani in altri Paesi, tanto rare quanto amplificate parossisticamente e assurdamente da frange di fondamentalisti musulmani alla ricerca di spunti per dare sanguinosamente sfogo a un odio coltivato e teorizzato). Ma nel nostro Paese, per quel che vedo, non genera nei nostri ospiti musulmani odio e disprezzo verso di noi. Genera piuttosto delusione e amarezza. L’ostilità religiosa (sarebbe meglio dire ideologica) ha un’origine diversa.
Ho ritrovato, frugando nel web, ma proprio nel GdP, il caso degli “otto imam estremisti” predicanti in Svizzera e oggetto di sorveglianza speciale da parte delle autorità. Otto imam su parecchie centinaia. Sono pochi o sono troppi?
Sono pochi, in rapporto a quel che capita altrove. C’è un buon livello di integrazione dei musulmani in Svizzera: per questo i predicatori di odio non trovano terreno fertile. Ma non per questo presenze di questo genere vanno trascurate.
Lei conosce il caso di Nicolas Blancho (Abu Ammar Abd Ullah)? La Weltwoche, ad esempio, ne ha parlato abbondantemente.
Certo, ho letto e ho visto sul web. Mi sembra un caso un po’ folcloristico e in effetti non capisco perché gli si dedichi tanta attenzione da parte dei media.
Come mai la “famigerata” iniziativa anti-minareti è passata? Era giusto votarla?
Difficile dire. Forse c’era bisogno di “smaltire” l’orrore e la paura accumulati inconsciamente in tanti anni di terrorismo che colpiva ciecamente attorno a noi ma pur sempre nel nostro mondo europeo e occidentale. Smaltire, esprimendo una sorta di “altolà”: “voi musulmani non penserete di alzare la cresta nel nostro Paese”. Poi c’è stata una forte propaganda efficacemente gestita da una forza politica che ci sa fare. Resta comunque a mio pare un errore averla votata. Non ce n’era bisogno, se davvero si voleva evitare la costruzione di minareti. In realtà, però, si voleva catalizzare quel recondito disagio tesoreggiandolo a beneficio di una parte politica. Non dovremmo, a mio parere, sfruttare la democrazia diretta per mettere a tema questioni marginali, come sta accadendo per il velo o il burqa. Se mai, lo dovremo fare quando si aprissero fronti assai più gravi su questioni inerenti, come si accennava, la sharia in ambito matrimoniale o giudiziario (si vedano in proposito le sconsiderate sperimentazioni britanniche).
La nostra chiesa locale ha un buon rapporto con la comunità musulmana residente nel Ticino? Cerca di stabilire dei contatti, ricerca un dialogo?
Secondo me ci sono ottimi rapporti. Anche grazie all’intelligenza e lungimiranza del nostro vescovo mons. Grampa. Basti ricordare che per gli 80 anni del nostro GdP sua Eccellenza -insieme a chi scrive- decise di solennizzare l’evento, oltre che con una visita in sinagoga (una prima svizzera), invitando l’imam della moschea ticinese a un pubblico incontro di dialogo.
Se sì, fino a che punto il nostro “popolo cattolico” si lascia coinvolgere da questi tentativi di avvicinamento?
Questa è un’altra cosa, purtroppo. Ma come ho detto prima penso che lo scarso interesse per le diverse identità religiose e culturali delle persone che ci vivono accanto dipenda, nella nostra gente, soprattutto da una scarsa conoscenza e da uno scarso entusiasmo (missionario) per la propria identità cristiana.
Intervista esclusiva di Ticinolive, riproduzione consentita citando la fonte
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non saranno tollerate.
Non concordo affatto con Mesoniat quando parla di codici e norme che si rifanno alle nostre radici "ebraico-cristiane". Per me, le nostre radici provengono ben più concretamente dallo sviluppo della democrazia, nata ad Atene e che è fondamentalmente la vera culla della nostra civiltà e del pensiero occidentale (e non Gerusalemme, con buona pace di tutti)e dal diritto romano. Il resto è venuto dopo e si è imposto nella società civile fino a che saggiamente non si è scisso Stato e Religione. Ora che siamo riusciti ad impostare il primato della laicità dello Stato non è affatto concepibile, che gruppi religiosi avanzino richieste come quelle del"parlamento islamico" quando sanno benissimo che la nostra società è impostata in maniera molto differente dalla legge coranica. Quindi l'ostilità ideologica parte da loro in primo luogo, con la non accettazione dei nostri costumi, della nostra libertà e della nostra democrazia che fortunatamente e come detto prima, non ha nulla di religioso. E ricordiamoci che i fondamentalisti islamici hanno ideato un pensiero di tipo millenarista ed escatologico concretizzato in azioni violente che al contrario delle altre religioni (quella cristiana per esempio)vedono l'abbatimento totale e sistematico degli "infedeli". Io credo e sono convinto che dobbiamo tutti avere caro il nostro "essere occidentali" con i suoi valori e anche con i suoi difetti, difetti però che possono essere migliorati (grazie alla nostra democrazia)e che non sono scritti in nessun libro dogmatico che impedisce anche il solo pensiero critico. Nessuna concessione quindi, quando a repentaglio è la nostra libertà.
"Penso che qualche mio amico musulmano farebbe, da sindaco di Milano, meno disastri di Pisapia."
Accidenti, cominciamo male con la tolleranza. Non escludo che un sindaco musulmano a Milano possa amministrare la città con saggezza e competenza. Ma che Pisapia faccia disastri bisognerebbe dimostrarlo. In caso contrario siamo alle solite sparate integropopuliste.
Passiamo ad altro. Mi identifico in uno dei tanti che sono fortemente preoccupati dell'importanza che sta assumendo la contrapposizione, più ideologica, (appunto!) che spirituale del dibattito. Pure mi stanno antipatiche le bandierine integraliste che segnano le conquiste...sia da una parte sia dall'altra.
La società civile occidentale lotta da secoli per emendare la consuetudine tipica delle delle religioni teocratiche di includere nelle scelte politiche sociali una consistente componente religiosa. E qui non penso esclusivamente all'Oriente ma penso ovviamente agli integralismi nostrani, che tentano con l’ostinazione tipica dei proseliti di appannare la nitidezza costituzionale della separazione tra Stato e Chiese. Oggi possiamo dire che (r)esiste in occidente una riconosciuta (ma fragile) separazione tra Stato laico e religioni affermate.
Il problema, a mio avviso, sta proprio nella sempre più debole convinzione del principio di laicità dello Stato. Principio che si vuol stemperare quando si convalida la volontà di voler ri-aprire la questione. Lo si fa premendo ideologicamente affinché si abbandoni la ponderata via della separazione netta e chiara dei piani di competenza.
In altre parole se noi premiamo ostinatamente affinché si possano/debbano esporre simboli religiosi in ambiti secolari (scuole, ospedali, tribunali, anche tutelandoci con la cosiddetta consuetudine culturale) per affermare un’appartenenza originaria, attiviamo la questione sulla legittimità della separazione tra Stato e Fedi. Allora ci sarà, come risposta, per logica egualitaria il dover aprire a tutte le Fedi la possibilità di produrre un simbolo di appartenenza religiosa. Anche nel semplice abbigliamento.
Se viceversa noi percorriamo la ponderata via della separazione netta tra le due componenti in questione (Religioni e Stato laico) ogni simbolo di appartenenza resterebbe saggiamente assegnato ai soli luoghi di culto. Un principio che contiene un eccellente (ma trascurato) strumento di difesa del nostro progresso civile. Uno dispositivo che ci metterebbe al riparo di ogni controversia e, al minimo, rimuoverebbe le bandierine di conquista già posate. Se non altro nei contesti secolari.
Gli Arabi e Ebrei sono vissuti in pace per circa 1000 anni, anzi durante le crociate combattevano fianco a fianco contro gli invasori cristiani, finchè la cattolica Isabella di Castiglia non cacciò tutti gli ebrei dalla Spagna insieme agli Arabi, i quali trovarono accoglienza guardacaso nel Maghreb islamico, dove vivono ancora oggi in pace piccole comunità.
E' stato l'antisemitismo cristiano che è stato esportato nel dopoguerra in quei paesi, e insieme a questo, a partire dalla cd. "rivoluzione islamica" in Iran, è stato anche importato il nostro modello di integralismo religioso, tipico del midwest americano, sia fra i Musulmani Sciiti, che storicamente sono stati sempre l'ala più innovativa, eretica e tollerante, che fra gli stessi Ebrei, dove la "guerra santa", che oggi è diventato il fondamento della dittatura militare sionista, non ha mai fatto tradizionalmente parte della loro millenaria cultura.
l'integralismo islamico non nasce dall'ignoranza, ma è nato nelle Università occidentali. Khomeini ha insegnato a Parigi, la famiglia di Bin Laden ha studiato in occidente, gli attentatori di Londra erano studenti universitari di seconda, terza generazione, così come quelli delle torri, quelli di Madrid, i mullah integralisti, i talebani. La povera gente in Marocco adora i Marabutti e per questo viene perseguitata dai fanatici, come in Mali,fanatici provenienti da occidente stanno distruggendo le tombe dei Marabutti, e con essi anche i manoscritti originali di Avicenna e Averroè, considerati Maestri dell'Islam! Le prime vittime di questi fanatici sono i Musulmani stessi.Il rapporto dei morti fatti da questi fanatici, fra Cristiani e Musulmani fatti dai fanatici è 1 a 10! In Algeria negli anni 90' hanno sgozzato migliaia di Musulmani! I veri Credenti nell'Islam considerano questa gente dei sacrileghi e bestemmiatori, e il Corano condanna questi (detti "gli ipocriti") alla peggiore delle pene, peggiore persino di quella riservata ai miscredenti!
L'integralismo religioso fa parte di un certo substrato culturale quacchero-evangelico-mormone che certo non appartiene alla plurimillenaria civiltà mediterranea, ma fa parte più di una cultura mercantilista-calvinista tipica di certi ambienti oscurantisti europei e anglosassoni, che guardacaso sono gli stessi che hanno perseguitato per secoli gli Ebrei. Solo in occidente, e soprattutto in Piemonte, fino al XIX secolo si mandavano i Valdesi e le "streghe" sul rogo, e questo in nome del fanatismo religioso.
La propaganda nazional-socialista contribuì a trasferire l'antisemitismo nel mondo arabo contro le comunità ebraiche. L'antisemitismo e il fanatismo religioso non sono radicati e connaturati nelle civiltà Musulmane, come anche il fanatismo e l'aggressività non fanno parte della cultura ebraica. Semmai sono dei nostri prodotti di importazione.
Alè continuiamo a tiraci la zappa sui piedi e a giustificare un tipo di comportamento che disprezza i nostri valori occidentali. Giustificare una religione che ben 123 versi del corano sono incentrati sull'annientamento dei nemici di Allah :
"I musulmani devono (gli infedeli) arrestarli, assediarli e preparare imboscate in ogni dove"
I musulmani devono anche “ circondarli e metterli a morte ovunque li troviate (gli infedeli), uccideteli ogni dove li troviate, cercate i nemici dell’Islam senza sosta” [Sura 4:90]. “Combatteteli finché l’Islam non regni sovrano” [Sura 2:193]. “tagliate loro le mani e la punta delle loro dita” [Sura 8:12]
Tu la storia la leggi solo ed esclusivamente su siti consiprazionisti?
"Gli Arabi e Ebrei sono vissuti in pace per circa 1000 anni."
624 d.C. - tribù ebraiche vengono sterminate da Maometto
628 - gli ebrei di Khaibar (Arabia, oggi A. Saudita) devono versare tributi altissimi e ogni ebreo che compie 15 anni deve pagarlo.
700 - intere comunità ebraiche vengono massacrate dal re Idris I del Marocco.
845 - vengono promulgati in Iraq decreti per la distruzione delle sinagoghe.
845-861 - El Mutawakil ordina che gli ebrei portino un abito giallo, una corda al posto della cintura e delle pezze colorate sul petto e sulla schiena.
900 - col Patto di Omar gli ebrei vengono spregiativamente chiamati dhimmi. In base a tale Patto era proibito agli ebrei di costruire case più alte di quelle dei musulmani, salire a cavallo o su un mulo, bere vino, pregare a voce alta, pregare per i propri morti o seppellirli in modo da offendere i sentimenti dei musulmani. Dovevano portare abiti atti a distinguerli dai musulmani. Nasce qui e non in Europa il segno distintivo degli ebrei, e l'obbligo di portare pezze sugli abiti si diffonderà in tutti i paesi arabi
1004 - Il Cairo: gli ebrei sono costretti a portare legato al collo un piccolo vitello di legno e in seguito palle di legno del peso di tre chili.
1006 - Granada: massacro di ebrei.
1033 - Fez, Marocco: proclamata la caccia all'ebreo. 6000 ebrei massacrati.
1147-1212 - persecuzioni e massacri in tutto il nord Africa.
1293 - Egitto e Siria: distruzione delle sinagoghe.
1301 - i Mammelucchi costringono gli ebrei a portare un turbante giallo.
1344 - Distruzione delle sinagoghe in Iraq.
1400 - Pogrom in Marocco in seguito al quale si contano a Fez solo undici ebrei sopravvissuti.
1428 - vengono creati i ghetti (mellaha) in Marocco.
1535 - Gli ebrei della Tunisia vengono espulsi o massacrati.
1650 - Anche in Tunisia vengono creati i ghetti, qui si chiamano hara (in arabo significa “merda”)
1676 - distruzione delle sinagoghe nello Yemen.
1776 - vengono sterminati gli ebrei di Basra, Iraq.
1785 - massacri di ebrei in Libia.
1790-92 - distruzione delle comunità ebraiche in Marocco.
1805-15-30 - Sterminio degli ebrei di Algeri.
1840 - persecuzioni e massacri a Damasco.
1864-1880 - continui pogrom a Marrakesh
1869 - massacri di ebrei a Tunisi.
1897 - massacri di ebrei a Mostganem, Algeria.
1912 - pogrom a Fez.
1929 - massacro della comunità ebraica a Hebron e distrutta la sinagoga.
1934 - il governo iracheno vieta agli ebrei lo studio dell'ebraico.
1936 - In Iraq gli ebrei vengono esclusi dagli uffici pubblici e pogrom a Bagdad.
1938-44 - Persecuzioni a Damasco; gli assassini diventano cronici.
1941 - in concomitanza con la festa di Shavuot pogrom a Bagdad. E poi pogrom a Tripoli, ad Aleppo, ad Aden, al Cairo, ad Alessandria, a Damasco ecc. ecc.
Che noia queste destre populiste made Ticino. Prima ti assediano col problema dei frontalieri. Ti strepitano addosso perché non capisci che l'aumento dei lavoratori non indigeni annacqua la stirpe. Basta! Sono troppi! 40mila, Subito un muro a Chiasso! 50mila. Secessione se Berna non capisce! 55mila. Nel frattempo con una campagna che gronda di umanità, una consistente parte del "Popolo" si lascia stregare e con il voto permette al movimento "pro balairat" di mandare a Berna un loro rappresentante. E a Bellinzona due rappresentanti in Governo. Poi inspiegabilmente tutti si accorgono che i “lumbard” fanno bene all'economia cantonale e che nessuno è disposto a rinunciare al loro apporto. Il nostranpopulismo a questo punto capisce che la questione sta seguendo la traiettoria del boomerang. O quella più semplice della zappa che manca il bersaglio... E allora cosa fa? Prima si distanzia dalla famigerata campagna suindicata e poi sostituisce il nemico da combattere. Rimpiazza il logoro frontaliero con il monoteista magrebino. E avanti verso le prossime elezioni.
Non ci può e non ci dev'essere nessun dialogo, con estremisti che non riconoscono le più elementari regole di civiltà, diritti umani, ecc e che operano con un sempre più netto apartheid nei confronti delle donne.
Anch'io ho amici musulmani. E, guarda caso, la pensano esattamente come me.
Sarà perché sanno bene, che chi di loro vuole vivere come noi occidentali, é la prima vittima degli islamisti.
Questo succede al loro paese di origine, ma non solo.
E' già capitato a mie conoscenti, di essere infastidite da integralisti islamici, perché queste non portano il velo.
IN ITALIA. Non in Arabia Saudita.
///Tenuto conto della delicatezza del tema
la Redazione raccomanda a tutti i blogger il massimo autocontrollo.
Frasi offensive e/o provocatorie – in una direzione o nell’altra -
non saranno tollerate./// 8-O
Siamo già al punto, di non poter parlare liberamente.
Bisogna misurare le parole.
Pesarle.
Calibrarle.
Abbiamo già perso, un bel pezzo della nostra libertà, per non violare la notoria suscettibilità, di chi dice e fà quello che vuole, a casa nostra, ma guai a muovergli qualche critica.
Um sé propri scià ben...
Andiamo, Tiger, lo scopo di questo avvertimento non è certo quello
di limitare la libertà d'espressione.
Su una questione del genere, che infiamma gli animi, pericolosamente,
bisogna esprimersi con prudenza. Almeno
pesare le parole e non lasciarsi andare.
"La propaganda nazional-socialista contribuì a trasferire l’antisemitismo nel mondo arabo contro le comunità ebraiche"
Come si sta sull albero del mirtillo?
1) Dalla Guerra Giudiaica di Flavio Giuseppe:
"Cosi si sparse la voce (fra gli arabi) che 20'000 ebrei avessero ingoiato pietre preziose. Dopo una notte di macelli, non fu nemmeno trovata una sola pietra..."
2) "Non fidatevi mai della gente del libro, gli ebrei e i cristiani"
"Sono solo scimmie e asini"
(piu altri riferiemnti tutti scritti precisi precisi)
E che fine ha fatto la Menorah?
Le cronache registrano il trionfo Romano a seguito della Guerra Giudaica.
Ma e solo storia.
:twisted:
E se invece di litigare sui trascorsi storicamente polverosi, si osservasse il fenomeno da un'altra prospettiva...
Se volessimo condensare alcuni dei pensieri fin qui espressi si potrebbe affermare che gli integralismi ideo-politico-religiosi esotici e nostrani sono -tra di loro- in conflitto su tutto. Ma sono intimamente, si potrebbe addirittura dire "spiritualmente" d'accordo su ciò che desiderano di conquistare. L’assoluto potere secolare.
Ciò che invece sarebbe interessante considerare è la “malattia" odierna dell'affacciarsi nei nostri contesti di rumorose di culture politiche popolar/integraliste di rottura (“liberate” probabilmente dalla ventata ideologica neoliberista) e dirette al totale rifiuto delle immediatamente precedenti politiche a indirizzi laici e sociali di compensazione, che era poi un percorso finalizzato all’integrazione.
E vero che i contesti sociali diventano sempre più inumani. Brutali perché retti dalla competizione e dall’utilitarismo che la religione neoliberista ha diffuso sul pianeta. Spesso proprio (recl)amati e sostenuti consapevolmente da movimenti antipolitici che si rifanno, in altri ambiti, alla famiglia, alla nazione e alle affinità etnico-religiose. I "temi" tipici del “qualunquismo autoctono di rivalsa”. E qui entrano in gioco le ideologie autodistruttive del richiamare alla lotta con slogan temerari tipo "Chi rinuncia a battersi ha già perso in partenza!" In realtà si vogliono confondere, con accorte strategie, le cause con gli effetti. Un classico percorso utilizzato, nella storia (quasi) recente da tutti i movimenti populisti.
Sappiamo perfettamente che la sostenibilità finanziaria di un modello che prevede un welfare ragionevole non è affatto utopia. Se i cittadini desiderano un livello accettabile di servizi sociali, dalla scuola alla sanità, e sono disposti a pagarne il prezzo sotto forma di tasse, il modello è perfettamente sostenibile. (Detto per inciso la tredicesima AVS leghista , a suo modo, vuole riconoscersi in tali propositi. Altrimenti si trasformerebbe in un regalo). Alcuni Paesi nordeuropei “funzionano” con uno stato sociale invidiabile e la maggioranza dei cittadini è disposta a pagarlo. Più di un economista condivide l’opinione secondo cui ciò sia applicabile su larga scala. Ma è una strada che viene ferocemente osteggiata da chi non vede alcuna possibilità di profitto, e richiama astutamente il “Popolo” al principio del “religioso” sacrificio individuale quale unico mezzo per l'ottenimento della grazia divina.
“Il 47% degli americani, quelli che intendono votare Obama, sono parassiti della società: Mitt Romney non si è espresso proprio in questi termini ma ci è andato molto vicino. E oggi la stampa Usa lo attacca definendo il video "segreto" rivelato dal sito Mother Jones come "una svolta" della campagna elettorale, perché dimostrerebbe quanto il candidato repubblicano alla Casa Bianca sia distante dal "paese reale".
Quella di Romney, in effetti, diversamente di quanto la stampa vuol farci credere, non è una “svista”. Ricalca invece perfettamente una mentalità abbastanza diffusa. Una mentalità che nasce dall’idea che l’uomo debba “battersi” “meritarsi” “soffrire” per avere un compenso. Per molti il welfare è una condizione immeritata, una COLPA. (Così come il regalo AVS-leghista?). È qui mi sovviene un’interessante osservazione linguistica che descrisse il termine tedesco SCHULD portatore di due significati, quello di DEBITO oppure quello di COLPA. Più integralismo di così!
Evidentemente nella frase del post precedente: "Ma sono intimamente, si potrebbe addirittura dire "spiritualmente" d'accordo su ciò che desiderano (di) conquistare."... c'è un "di" ...di troppo. Sorry. Visto che mi sono ri-preso la parola...
Desidererei aggiungere che l'obiettivo neocon (destra repubblicana) in realtà consiste nella dichiarazione assiomatica del principio dei "Diritti naturali inalienabili dell'Uomo ", di difendere tale affermazione dalla critica e delle stesse vicende storiche contraddittorie e di elevarla a dato irreversibile e incontestabile nel processo di ratifica del liberalismo e/o del liberismo come CULTO della libertà individuale. I neo conservatorismo, che vorrebbe simbolizzare la reazione ai totalitarismi prosegue la sua lotta per “imporsi” riservandosi il diritto di definire in che modo si configuri un regime "tirannico". È un punto molto importante dell'ideologia e della propaganda (contraddittorie) conservatrici questa lotta contro tutte le dittature che si mostra come intransigente, e che pertanto si appoggia alla "esportazione della democrazia": ma è noto al riguardo che la pratica diplomatico-militare suggerita in pratica dalle destre conservatrici è quella dell'intervento dogmatico. Il movimento neocon ponendosi pertanto contro qualunque forma di relativismo che lo contrasti, mira all'imposizione universale della libertà: un nuova forma laicizzata di “crociata” memoria appoggiata dalla certezza di essere nel "giusto". Un assiomatica verità religiosa?