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Fabrizio Corona, Fedez e la deontologia del giornalismo: il trionfo della società del consumo

Viviamo in un’epoca in cui l’informazione non è più al servizio della conoscenza, ma del consumo immediato. L’ultimo scandalo che ha visto protagonista il paparazzo Fabrizio Corona, il quale ha rivelato dettagli intimi su Fedez, è solo l’ennesima conferma di una tendenza ormai consolidata: il giornalismo d’inchiesta ha lasciato il posto alla cronaca del ridicolo e del contingente.

Fabrizio Corona, esperto nella divulgazione di segreti che i protagonisti stessi gli sussurrano all’orecchio, non ha fatto altro che soddisfare l’incontenibile sete di voyeurismo che caratterizza la nostra società. Un’opinione pubblica più affamata di dettagli frivoli che di verità profonde, che preferisce l’intrattenimento alla riflessione, il gossip alla conoscenza.

La deontologia giornalistica, un tempo baluardo dell’etica professionale, sembra ormai un ricordo sfocato. Il diritto alla riservatezza e alla verità sono stati sostituiti dalla spettacolarizzazione dell’insignificante. Perché parlare di filosofia, di teologia, delle grandi domande esistenziali quando si può dibattere delle crisi sentimentali di una celebrità?

Il pubblico consuma scandali con la stessa voracità con cui acquista prodotti sugli scaffali di un supermercato: una gratificazione istantanea che non lascia spazio alla riflessione. E così, mentre la società si compiace della sua finta indignazione, il ciclo del consumo continua senza sosta, confermando che ciò che conta non è il valore dell’informazione, ma la sua capacità di intrattenere.

E in questo gioco delle parti, Corona non è un’eccezione, ma la regola. Una regola che si alimenta di scandali effimeri e di verità sacrificate sull’altare della popolarità istantanea.

Relatore

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