di Liliane Tami, filosofa e bioeticista
La recente decisione della Svizzera di vietare le adozioni internazionali pone una seria questione etica e politica. Mentre il Paese chiude le porte a migliaia di bambini orfani in attesa di una famiglia, promuove con crescente apertura la donazione di ovuli e sperma per la procreazione assistita. Si assiste così a un inquietante squilibrio: da un lato, si limitano le possibilità di accogliere bambini già nati e bisognosi di cure, dall’altro si investono ingenti risorse per creare nuove vite attraverso la biotecnologia. Questo paradosso bioetico non può passare inosservato.
L’adozione internazionale è stata per decenni una soluzione concreta per migliaia di minori privi di una famiglia. Tuttavia, la Svizzera ha deciso di interrompere questa pratica, sostenendo il rischio di traffico di minori e la difficoltà di garantire un’adeguata integrazione. Sebbene la lotta contro le adozioni illegali sia una necessità indiscutibile, il divieto totale appare come una misura sproporzionata e punitiva nei confronti di quei bambini che rimangono senza alternative. Piuttosto che migliorare i controlli e garantire procedure trasparenti, si è preferito chiudere del tutto questa possibilità, condannando molti piccoli all’istituzionalizzazione o alla miseria.
Nel contempo, il governo elvetico ha progressivamente allentato le restrizioni sulla fecondazione assistita, consentendo la donazione di ovuli e sperma. Il messaggio che ne deriva è inquietante: piuttosto che dare una famiglia ai bambini già esistenti, si privilegia la creazione di nuove vite in laboratorio. Si impone così un modello di genitorialità che favorisce il desiderio biologico individuale rispetto al bene del bambino in stato di abbandono.
La Svizzera spende milioni per sovvenzionare le tecniche di riproduzione assistita, mentre non investe altrettanto per facilitare le adozioni, sia nazionali che internazionali. Si è arrivati al punto di favorire economicamente la fecondazione in vitro mentre si ostacolano le coppie disposte ad accogliere un bambino abbandonato.
Questo squilibrio è ancora più evidente se si osserva la statistica degli aborti. Ogni anno, migliaia di feti vengono soppressi mentre, nello stesso tempo, numerose coppie si sottopongono a trattamenti dolorosi e costosi per avere un figlio. La domanda sorge spontanea: perché la società non incentiva maggiormente l’adozione come alternativa sia all’aborto che alla fecondazione artificiale? Perché la vita di un bambino nato in un altro Paese conta meno di quella di un embrione creato artificialmente?
Le politiche sulla genitorialità dovrebbero partire dal principio del bene del minore, non dal semplice soddisfacimento del desiderio biologico degli adulti. Un Paese come la Svizzera, che si vanta di essere all’avanguardia nei diritti umani, dovrebbe promuovere un sistema di adozione più efficace e sicuro, piuttosto che abolirlo del tutto. Non solo sarebbe una soluzione più etica rispetto alla creazione di figli in laboratorio, ma rappresenterebbe anche una risposta concreta a un dramma mondiale: quello dei bambini abbandonati.
È ora di rivedere le priorità bioetiche: anziché finanziare nuove nascite a ogni costo, bisognerebbe garantire prima una famiglia a chi già esiste. La vera modernità non sta nel manipolare la vita, ma nel custodirla e accoglierla con responsabilità e amore.
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