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Hic et nunc – La resilienza è innata o si impara? Ci sono dei legami con temperamento e neurotrasmettitori

Hic et nunc – La resilienza è innata o si impara? Ci sono dei legami con temperamento e neurotrasmettitori

A cura di Nicola Schulz Bizzozzero-Crivelli e prof.Ssa Donatella Marazziti

Saper far fronte all’esposizione a fattori di rischio, stress e traumi è sempre più importante in un periodo storico complesso.  Da dove deriva la capacità di non “andare in pezzi”? Uno studio prova a rispondere

Il concetto di resilienza è uno dei più citati e fraintesi nel linguaggio comune, dove viene spesso considerata come la capacità di affrontare le difficoltà della vita. In realtà, al di là delle semplificazioni, il termine ha un ben preciso significato dal punto di vista psicologico: rappresenta infatti la capacità di far fronte all’esposizione di fattori di rischio, di stress o traumi. In altri termini, la resilienza è l’abilità di affrontare situazioni dolorose e superare traumi e va dunque ben oltre semplice far fronte alle difficoltà quotidiane, È una sorta di capacità di riorganizzare in positivo la propria vita quando viene sconvolta da eventi importanti o che vengono intesi e vissuti da ciascun individuo come un trauma

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In questo periodo storico, la resilienza è una risorsa fondamentale

Partendo da questa definizione è facile comprendere come, in un periodo complesso per svariate ragioni a livello mondiale, la resilienza diventi una risorsa importante e necessaria per ogni essere umano. Sono in corso vari studi per capire da dove essa derivi, se dipenda da una questione genetica o se venga appresa in base agli stimoli ambientali e al proprio vissuto, se possa essere “imparata” o se è intrinseca, con lo scopo di poterla, se possibile, allenare. Situazioni di disturbi psicologici e psicopatologici nella popolazione, e le guerre che espongono popolazioni per anni a devastazioni e perdite o alla necessità di fuggire verso paesi sicuri, porteranno e a un aumento dei rischi di sviluppare un disturbo post traumatico da stress, che ha conseguenze devastanti sulla quotidianità di chi ne soffre.  Va da sé che capire se è possibile allenare e aumentare la resilienza è fondamentale di fronte a prolungate incertezze socio-economiche e geopolitiche, ma non solo.

Cosa dice lo studio “Neurobiologia della Resilienza”

Al congresso SOPSI 2024 a Roma, l’equipe guidata dalla celebre psichiatra italiana Donatella Marazziti, attiva presso il Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale, sezione di Psichiatria, Università di Pisa e presso il Saint Camillus International University of Health and Medical Sciences di Roma e psicofarmacologa di primo ordine, ha presentato la “Neurobiologia della Resilienza”, in cui sono emersi importanti spunti. A quanto pare, infatti, la resilienza deriva da caratteristiche sia innate che acquisite nel tempo e coinvolge molteplici sistemi biologici. Inoltre, è stato presentato un modello basato sulla neurobiologia dell’affiliazione, incentrato sul comportamento del caregiver e dipendente dal sistema dell’ossitocina, dal cervello affiliativo e dalla sincronia biocomportamentale. Di fatto, ci spiega Schulz Bizzozzero-Crivelli “è qualcosa di presente di default nelle persone, se si considera che la stragrande maggioranza di esse, di fronte a un evento stressante, non sviluppa problematiche neuropsichiatriche. Ma, dato che i potenziali traumi sono in aumento, cresce anche la possibilità di venire messi alla prova in maniera prolungata e intensa.” Al di là delle conclusioni, è certo quindi che sono necessari ulteriori studi per comprendere i meccanismi della resilienza e come un suo eventuale potenziamento possa rappresentare una strategia preventiva e terapeutica.

Ci si può allenare a diventare resilienti?

Come allenare, dunque, l’essere umano a essere resiliente, tenendo presente che il termine viene preso dalla fisica, dove indica la caratteristica di un materiale di resistere a urti e sollecitazioni e di riprendere la sua naturale posizione o forma? Per comprenderlo ci racconta Riccardo Gurrieri, “si è indagato su quali sono le caratteristiche psicologiche e biologiche dei meccanismi che la determinano.” La rivoluzione di quanto esposto a Roma è proprio l’idea di andare a cercare di capire che cosa avviene nel cervello quando si è esposti a un evento traumatico.

Per determinarlo, ribadisce la Prof.  Donatella Marazziti “ci si è concentrati principalmente su modelli animali, focalizzandosi sulle differenze tra fenotipi vulnerabili e fenotipi resilienti dopo l’esposizione a stimoli stressanti e analizzandone il sistema nervoso autonomo, l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, gli effetti negativi dello stress sulla neurogenesi ippocampale, oltre che caratteristiche temperamentali.” Nelle ricerche ci spiegano, si è allargato il concetto da assenza di sintomi dopo un evento stressante (una sorta di resilienza passiva,) alla presenza contemporanea nei meccanismi di adattamento attivo e adattivo (resilienza attiva). Essi sembrano originare da pattern neurali, comportamentali, ormonali e molecolari.

Ci sono relazioni tra la resilienza, il temperamento, le abilità cognitive e i neurotrasmettitori

Le persone maggiormente resilienti hanno un temperamento estroverso e ottimista e hanno dalla loro un buon livello di strategie di coping e di abilità cognitive. Essere in grado di accettare quando successo, di risolvere i problemi, di mettere in atto meccanismi di difesa, di perdonare e di pianificare il futuro permette, assieme alla qualità dell’esperienza vissuta, una accresciuta resilienza in futuro. 

Si sono però notati anche dei legami tra questa capacità di non sviluppare sintomi se sottoposti a forti stress e la neurotrasmissione dopaminergica. La dopamina regola il sistema ricompensa e gratificazione e della motivazione.  Il futuro dirà come si potrà aumentare la resilienza, agendo a più livelli. Il mondo diventa sempre più complesso, serve la capacità di saper rispondere, senza andare metaforicamente in pezzi. Sinora, gli studi sull’uomo sono limitati, e ad oggi non è stato proposto un modello biocomportamentale completo per la resilienza. C’è tanto da scoprire e si avverte l’urgenza di farlo in tempi rapidi.

Nicola Schulz Bizzozzero-Crivelli, dipartimento di medicina clinica e sperimentale, sezione di Psichiatria e Dipartimento di Neuroscienze, sezione di Psichiatria dell’Università di Pisa

Prof.Ssa Donatella Marazziti, psichiatra e psicofarmacologa, conosciuta per aver scoperto la neurobiologia dell’amore, ovvero ciò che succede quando ci innamoriamo a livello neurobiologico e per i suoi numerosi studi, specialmente sul disturbo ossessivo compulsivo e degli svariati disturbi mentali. . Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale, sezione di Psichiatria, Università di Pisa, medico di I livello presso l’Azienda Ospedaliera Pisana, professoressa presso l’Unicamillus medical science di Roma, professoressa presso l’Università di Pisa, presidente della Fondazione la Quercia E membro del gruppo di studio per il disturbo ossessivo compulsivo dell’OMS.

Riccardo Gurrieri, Dipartimento di medicina clinica e sperimentale, sezione di Psichiatria, Dipartimento di patologia chirurgica, medica, molecolare e dell’area critica dell’Università di Pisa

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