articolo del IX.2020
Nel dibattito pubblico sulla riveduta legge sulla caccia la discussione si focalizza principalmente sul lupo , sulla sua minore o maggiore pericolosità, sulla possibilità o meno di conviverci, nonché più in generale sull’importanza della salvaguardia della bio‐diversità.
I due schieramenti contrapposti parlano due lingue diverse e non si capiscono. I difensori del lupo, in gran parte abitanti delle città, sono innamorati di una idea di natura e biodiversità del tutto romantica e ‐ dal divano dei loro salotti ‐ vorrebbero insegnare ai contadini di montagna come si deve praticare l’allevamento sulle Alpi e come ci si dovrebbe comportare con il lupo (“dovete fare recinzioni” , “dovete usare i cani di protezione”, “dovete sorvegliare meglio le greggi”…..eccetera). Qualcuno dovrebbe rispondergli:“offelée, fa ul tò mestée”. Essi non hanno infatti nessuna competenza in materia, e il lupo al massimo l’hanno visto a distanza in qualche filmato sul parco di Yellowstone.
La ristrettezza stessa del territorio delle nostre Valli, capillarmente abitate (anche se con una densità relativamente debole di popolazione), fa sì che il lupo non possa più trovare un habitat soddisfacente e non sia compatibile con la presenza umana. Non per nulla esso si era estinto nei secoli scorsi. Ora riappare, grazie al parziale spopolamento delle valli e in qualche caso forse anche grazie a reintroduzioni forzate. Ma il lupo non è compatibile con il modo di vivere del nostro paese, delle nostre Valli, dei nostri allevatori. Da secoli ormai esso è antitetico al nostro modo di vivere. Chi lo vuole reintrodurre ad ogni costo è un nemico della nostra agricoltura di montagna, perché per amore del lupo è disposto ad accettare che scompaia la cultura millenaria dell’allevamento alpino in libertà, che contribuisce alla salvaguardia di un pregiato paesaggio antropizzato, con il corollario dei suoi prodotti prelibati che fanno parte della storia del nostro paese. Ma anche la tradizione del libero escursionismo in sicurezza, viene messa in pericolo dal ritorno del lupo.
Infine due parole sulla bio‐diversità. Personalmente la scomparsa della bio‐diversità mi fa più paura allo stadio “micro” che non a quello “macro”: preoccupa maggiormente l’uso sconsiderato di pesticidi che uccidono la bio‐diversità e alterano l’equilibrio naturale delle specie (vedasi per esempio la scomparsa delle api), che non la scomparsa di alcuni grandi predatori come il lupo e l’orso, che alle nostre latitudini peraltro era avvenuta già negli scorsi secoli e che pragmaticamente va accettata come un inevitabile dato acquisito! La parziale scomparsa dei grandi predatori può essere infatti gestita (per esempio sostituendola con una caccia regolatrice delle specie che tendono a moltiplicarsi a seguito appunto di tale scomparsa), mentre la scomparsa di specie vegetali e animali di piccole dimensioni può invece facilmente sfuggire al controllo dell’uomo e avere gravissime conseguenze in prospettiva futura per la stessa sopravvivenza umana. Occhio quindi ai veri problemi che incombono su di noi, anziché raccontare la favola del lupo buono! Il lupo lasciamolo nei parchi naturali protetti, per esempio nel grande parco di Yellowstone negli USA (che, tanto per intenderci, ha un’estensione di 9000 Kmq, cioè più di 3 volte la superficie del Cantone Ticino e senza i nostri 250 villaggi e città al suo interno!). Votiamo quindi con buona coscienza un convinto Sì alla riveduta legge sulla caccia il prossimo 27 settembre, che dà ai Cantoni la competenza di decidere in materia di abbattimento dei lupi.
Paolo Camillo Minotti, Bellinzona
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Una spatafiata di discorso che ruota attorno ad un concetto assurdo e che ha già dimostrato da decenni quanto sia sbagliato e foriero di disastri: pensare ed essere convinti che l'uomo possa controllare la natura.
E penosa trovo l'affermazione che chi difende la natura lo fa conoscendola attraverso i documentari visti comodamente seduto in poltrona: pensi per se, caro Paolo Camillo Minotti, senza voler giudicare chi non conosce.
Mi permetto un virtuosismo euristico. (Relativo al tema e non all'articolo specifico.)
Immagino e leggo il lupo come un animale abile, non troppo amico di recinti, di steccati e di condizionamenti, organizzato in gerarchie basate sulla competizione: un animale …liberale.
Immagino invece le greggi di pecore e di capre come forma organizzata di gruppi sostanzialmente disciplinati sulla base di una gerarchia collaborativa: una specie di “verde” socialdemocrazia.
Mi sembra di constatare (forse mi sbaglio) che i relativi patrocinatori (umani) dei due ambiti in votazione sembrerebbero, in buona misura, trovarsi “ideologicamente” proprio all’opposto delle proprie categorie “protette”. Regola del contrappasso? ;-)