di Vittorio Volpi
Agli inizi del 1600 lo Shogun Tokugawa decise di chiudere il Giappone agli stranieri facendolo diventare, di fatto, il “paese in catene”. Una delle ragioni fu che la religione (cristiana) che i gesuiti avevano introdotto nell’arcipelago nipponico, poneva come mantra la dedizione totale, la fedeltà assoluta ad un Dio onnipotente: superiore ad entrambi, l’Imperatore e lo Shogun. E questo, visto il successo delle numerose conversioni, era pericoloso ed anche politicamente preoccupante. Il Giappone non voleva fare la fine dei paesi vicini (Filippine) e diventare una colonia delle potenze europee.
La chiusura durò per più di due secoli e a spezzare le catene furono gli americani. L’embargo era limitativo per l’America e lo si vedrà in pieno nel 1853 con l’imposizione al Sol Levante di aprire i suoi porti alle navi americane. Il commodoro Perry con le sue corazzate a vapore (i giapponesi andavano a vela) mise in chiaro che “o aprite i vostri porti o vi bombarderemo” ed i giapponesi non avevano i cannoni e le corazzate per respingere l’ultimatum.
Dall’inizio del ‘600 fino a Perry il Giappone era terra proibita per lo straniero con pena di morte per chi avesse messo piede sulle isole dell’arcipelago.
Nel 1706 un coraggioso palermitano, Sidotti, osò sfidare le sacre leggi sbarcando dalle Filippine nell’isola di Yukushima (Ottobre 1708) al sud del paese: essendo alto e visibile nonostante vestisse come un samurai fu arrestato e portato a Edo, la moderna Tokyo, per essere giudicato. Era un temerario religioso che intendeva “salvare anime” convertendo gli abitanti del Sol Levante, pur cosciente di rischiare la propria vita. Ebbe la fortuna d’incontrare il braccio destro dello Shogun che lo salvò e lo usò per un confronto fra culture. Capì che Sidotti era un uomo colto, aveva appreso il giapponese nelle Filippine e l’inquisitore conosceva il latino. Grazie alla comunicazione questo intellettuale, Arai Hakuseki, contribuì ad affrontare ed approfondire le differenze fra cristianesimo e confucianesimo (la filosofia mutuata, un “prestito culturale della Cina” che era diventata la fondazione del pensiero giapponese e della sua costruzione politica e civile.
Arai, questo confuciano, continuò con Sidotti le sue discussioni per quattro anni; Arai annotò tale confronto fra culture lasciando gli scritti di questi dialoghi nei suoi famosi saggi: “Seyò Kibun” (Notizie dall’Occidente). Al religioso palermitano sarebbe stata concessa la grazia a vita se non avesse trasgredito i patti, cioè di non convertire dei giapponesi. Purtroppo Sidotti disattese il mandato di non fare proseliti, battezzando i suoi due attendenti. Ciò decretò la sua morte diventando un martire religioso.
Questa magnifica storia sul confronto fra civiltà, “due uomini, due culture”, è stato sapientemente riassunto dall’autrice, Annamaria Waldmüller, in un recente dramma teatrale rappresentato a Palermo lo scorso 22-23 giugno nel bellissimo contesto della Chiesa di Santa Maria dello Spasimo. Descrivendo il confronto tra un filosofo confuciano di alto lignaggio e Sidotti uomo colto di fede cristiana, potremmo prefigurare cosa accade anche in questi giorni per esempio fra Cina e USA e farci aprire gli occhi sul mondo futuro, di questo secolo.
È iniziata infatti con ogni probabilità una nuova “guerra fredda” al di là delle “piccole” sfide commerciali. Rispetto alla precedente, USA-URSS, questa volta non è più fra culture “caucasiche” (definizione non mia), ma fra il pensiero occidentale (giudeo-cristiano) ed il modello confuciano con le sue caratteristiche così diverse. Un pensiero basato su una religione rivelata contro quella “delle virtù civili non trascendenti, territorio dell’uomo sociale..”
Questa volta, il confronto assomiglia molto a quello fra Arai e Sidotti. Una matrice giudeo-cristiana con una forte base religiosa e quella delle virtù civili, della prevalenza dell’interesse della “comunità” contro il mondo dell’individuo. Mentre il nostro pensiero è lineare “tutto cambia” (panta rei) questa volta siamo confrontati dal pensiero circolare, “tutto ritorna”…
È un peccato, data la brevità della nostra vita, non poter vivere abbastanza a lungo per vedere come finirà il confronto fra Aristotele e Confucio.
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