Loot – una fortuna, una produzione di Apple TV, è una serie tv comica, leggera e arguta. Mi ci sono imbattuta per caso, e quel che più mi ha stupito è il modo con cui il regista ha saputo delineare la discrasia tra miliardari e borghesi, per farla breve, tra ricchi e poveri.
La trama è la seguente: Molly Novak, moglie di un miliardario talmente miliardario che per il compleanno le regala uno yatch, scopre che il generoso marito la tradisce con un’amante di venticinque anni. Così, di dà all’alcol, alle feste e alle pietose cadute in piscina, scrupolosamente riprese dalla stampa.
Poi, un bel giorno, mentre sta bevendo champagne e mangiando kit kat, scopre di essere la cofondatrice di un’associazione di beneficienza per senzatetto. Così, accetta di gestire la situazione, e lo fa nei peggiori dei modi: battute sulla povertà al discorso dell’inaugurazione, regali tanto costosi quanto inutili alle donne del centro di accoglienza (incensi, profumi, saponette…). é prevedibile che alla fine della serie tv (che non credo seguirò, per ragioni di tempo), la donna imparerà a vivere nel mondo reale, lontano da resort di lusso e megapiscine.
Quel che può disturbare l’uditorio borghese, è l’eccessivo lusso, ad un certo punto addirittura fastidioso; quello che invece può attirare gli spettatori è proprio la consapevolezza della discrasia tra mondo dei miliardari e modo dei comuni mortali (quando Molly viene accusata di inquinare l’ambiente con dieci suv da 100mila euro l’uno, dona istantaneamente 10mila euro a GreenPeace. ”Non funziona così” le rinfaccia la sua assistente, ma tant’è.)
Quel che mi ha piacevolmente sorpreso è però il modo in cui, sin dalla primissima puntata, viene raccontata la realtà. First of all: Molly è tutt’altro che attraente. Ma la bellezza ha ormai declinato il proprio corso. Giusto così: l’attrice che interpreta la protagonista, Maya Khabira Rudolph è un’attrice, comica, cantante e doppiatrice statunitense, membro del cast del Saturday Night Live dagli inizi degli anni 2000, è divenuta famosa imitando nel programma celebrità come Beyoncé, Oprah Winfrey e Donatella Versace, venendo riconosciuta con due Primetime Emmy Awards. Procedendo, troviamo alcuni interessanti stereotipi capovolti: ad esempio il fido assistente di Molly, giovane gay, crede che gli etero siano tutti stupidi; ma soprattutto quando Molly entra in ufficio e fa la conoscenza dei due uomini al desk, si sente dire dall’afroamericano Howard: “hai il sostegno della comunità afroamericana di Twitter” e dal bianco Arthur “e della comunità bianca di Facebook”. Ma poi, Arthur aggiunge celermente: “questo mi fa sembrare un suprematista bianco, ma io non lo sono” assicura. Insomma, è pleonastico spiegarlo, ma certe generalizzazioni le possono fare solo alcuni, e non altri, per non incorrere in determinati rischi. La serie azzarda questo, dunque, ma con l’inclusività di etnia e di genere che la contraddistingue, ha le spalle ben corazzate e può farlo.
Notevoli, infine, i riferimenti (neanche troppo velati) al divorzio del (vero) imprenditore più ricco al mondo, Jeff Bezos. Perché questo è il compito della tv: raccontare la realtà, filtrata attraverso la leggerezza. Così ci si guadagna, in tutti i sensi.
