Il processo all’agente Derek Chauvin, che uccise il pregiudicato George Floyd, è iniziato. Tutta l’America è col fiato sospeso, perché la morte di Floyd è stata interpretata, da un lato come emblema della violenza a sfondo razziale della polizia contro le persone di colore e afroamericane, dall’altro, però, è innegabilmente stata presa a pretesto per atti di indicibile vandalismo e di cruente rivolte, sfociate nella guerriglia civile.

Di certo, il problema dell’eccesso di violenza da parte della polizia soprattutto verso le minoranze, con l’accusa frequente di razzismo, resta, per questo Benjamin Crump, uno degli avvocati che rappresentano la famiglia di George Floyd, ribadisce che “l’America chiede giustizia, il mondo intero ci sta guardando“.

Nel frattempo, la famiglia di George Floyd ha ricevuto 20 milioni di dollari di risarcimento dalla città di Minneapolis, il risarcimento shock tuttavia passa in sottobanco:  i membri della famiglia della vittima, insieme ai legali e alle decine di persone presenti, si sono inginocchiati per 8 minuti e 46 secondi, ovvero il lasso di tempo in cui l’ex agente di polizia Derek Chauvin premette il suo ginocchio sul collo di Floyd, uccidendolo.

Le proteste, dunque, procedono, mentre Chauvin, che in carcere ha tentato il suicidio, posa seduto nell’aula del processo accanto al suo legale e indossa la mascherina.

L’avvocato dell’agente, dal canto suo, ha sottolineato come Floyd fosse sotto l’influenza di stupefacenti e si rifiutò due volte di ridare indietro le sigarette che aveva tentato di acquistare con una banconota falsa da 20 dollari.

Fuori dall’aula, le proteste, principiate dieci mesi fa, in quel 25 maggio del 2020, continuano, in modo anche irruente: scritte come “state entrando nello stato libero di George Floyd”, graffiti e murales raffiguranti la frase ‘I can’t breathe’ – la frase pronunciata più volte da Floyd prima di morire –, alla polizia è vietato di entrare. Per evitare rivolte, gli agenti si tengono alla larga.