Estero

A distanza di 30 anni Pechino continua a tacere dalla sanguinosa repressione degli studenti di piazza Tiananmen

Nella primavera del 1989, gli studenti cinesi appartenenti al Movimento della Democrazia, iniziarono a manifestare a Pechino contro la stretta ferrea di un governo comunista dittatoriale, cercando di ottenere nuove riforme per la libertà democratica. Le proteste durarono sette settimane sulla famosa piazza centrale della capitale.

Quello del 1989, è stato l’ultimo vero barlume di speranza democratica a cui il popolo cinese ha assistito prima che il governo monopartitico lo eliminasse attraverso l’uso dei carri armati e dei soldati, massacrando migliaia di giovani disarmati.

Tutto iniziò ad aprile ’89, quando alcuni studenti cominciarono ad elogiare un generale morto improvvisamente per un infarto, subito dopo essere stato costretto a dimettersi per non aver represso duramente delle precedenti proteste studentesche contro il governo autoritario. Da poche persone, la commemorazione del generale si trasformò in un movimento politico nazionale formato da decine di migliaia di studenti, sostenuti in seguito da un vasto pubblico composto da operai stravolti dal potere totalitario. All’inizio le autorità si mostrarono aperte ad un confronto con il movimento studentesco in tutta la Cina, definendo riforme e libertà individuali, ma dopo quasi due mesi di proteste e di divisioni all’interno della leadership, il 4 giugno del ’89 i funzionari del governo comunista decisero di usare la forza inviando l’esercito popolare di liberazione ad uccidere i giovani che manifestavano pacificamente.

La stima per il bilancio delle vittime, secondo un rapporto segreto dell’ambasciatore britannico dell’epoca Sir Alan Donald, è di almeno 10 mila persone. Durante quei giorni, Sir Alan e la sua moglie Janet ospitarono diverse persone nell’ambasciata mentre effettuava le riprese indiscriminate verso l’esterno. “I soldati sparavano a caso cercando di sottomettere la città nel timore che ci sarebbe stata una rivolta dei lavoratori”, ha detto il figlio dell’ambasciatore che aiutò a far uscire alcune persone dal paese, principalmente a Hong Kong. “Le corazzate blindate aprivano il fuoco sulla folla prima di investirla. Gli studenti con braccia legate venivano falciate. Studentesse ferite che imploravano per la loro vita venivano uccise con la baionetta. I resti dei corpi venivano inceneriti e poi drenati nelle fognature”, questi alcuni spietati passaggi del doloroso rapporto scritto dall’ambasciatore Donald, morto a luglio del 2018.

Il governo cinese continua oggi a minimizzare la spietata risposta del governo in piazza Tiananmen, sopprimendo la discussione su uno dei capitoli più oscuri della sua storia.

Quando si chiede di commentare quello che è avvenuto, i funzionari cinesi giustificano l’uso della forza da parte del governo come necessaria per la stabilità e lo sviluppo del paese, incolpando i ribelli controrivoluzionari di una possibile guerra civile. Wei Fenghe, ministro della Difesa, ha definito la repressione come la “corretta” politica per porre fine alle turbolenze. Sui libri di storia cinesi è omessa gran parte di questo evento.

Alla folla di turisti e ai vari visitatori, sono stati controllati nel giorno dell’anniversario i documenti d’identità e ai giornalisti è stato proibito di scattare fotografie. Poliziotti in uniforme e poliziotti in borghese hanno pattugliato il perimetro dell’area impedendo di scattare le foto aprendo ombrelli di fronte ai giornalisti. A quelli stranieri non è stato nemmeno permesso di entrare nella piazza. Dozzine di attivisti sono stati arrestati e la censura sembra essere aumentata.

I media ufficiali cinesi non hanno fatto menzione dell’anniversario. Si è preferito parlare della promozione da parte del leader cinese Xi Jinping dello smistamento dei rifiuti, una campagna ambientale e alcuni inviti a “ricordare” la missione del partito comunista cinese.

Prima dell’anniversario, altri paesi, tra cui gli Stati Uniti, hanno invitato la Cina ad affrontare questo episodio storico per chiarire il numero delle vittime e delle persone dispersi, ma Pechino ritiene questi inviti un affronto al popolo cinese.

La repressione del 1989 fu un punto di svolta per il paese, e ha segnato l’inizio dell’autoritarismo.

MK

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