Alla fine della triste faccenda Singapore della BSI, mi ero permesso di dire che una delle lacune che contribuirono alla capitolazione finale (la scomparsa della vecchia banca ticinese) era da ricercarsi – anche -nella scarsa conoscenza delle ”culture” asiatiche da parte del management ticinese. Domandai in modo retorico: “ma quanta esperienza lavorativa in Asia hanno i membri del CdA (Consiglio di Amministrazione)?
Venni criticato da qualche “solone” nostrano facendomi passare per un’idiota qualsiasi… A volte è accettabile farsi dare dell’idiota da chi è più gonzo di te….
Ebbene, il caso Nissan-Renault, scoppiato nell’ultima settimana ed evidente su tutta la stampa internazionale, andrebbe letto innanzitutto in chiave culturale.
Per più di 20 giorni dall’arresto non potrà avvalersi di un avvocato difensore finché le indagini delle autorità nipponiche non saranno completate: insomma un bel pasticcio. E, si può essere certi, che quando si è nelle mani del fisco giapponese le prove le trovano e non ti perdonano. Ti contano ogni pelo…
Per rendersene conto, è interessante rivedere un bellissimo film di Juzo Itami – ironico e cinico – “ La donna delle tasse”; proiettato anche alla Mostra di Venezia negli anni ‘80.
Il fisco dagli occhi a mandorla, ha un record di successi del 99 per cento nelle investigazioni ed usa ogni mezzo per trovare le prove dei misfatti. Con un arresto così eclatante, Ghosn non se la passerà bene.
Ma la storia non finisce qui: i fatti fanno supporre che ci siano due gravi pecche culturali nell’approccio di business di Ghosn e dei francesi, che tenterò di riassumere.
In primis, il ledere l’orgoglio giapponese. Ghosn stava lavorando su un progetto di creazione di una Holding che controllasse sia Nissan che Renault.
Il problema è che, avendo i francesi il 43 per cento della Nissan con ampi diritti di rappresentazione nel CdA, mentre la Nissan ha invece solo il 15 per cento delle azioni della Renault senza nessun membro nel Consiglio,di fatto il gruppo diventerebbe francese.
Rebus sic stantibus, la Renault finirebbe con il fagocitare sotto il suo controllo i giapponesi. Nissan è gruppo pre-guerra, coinvolto nel militare ai tempi. Verso la fin del secolo scorso era in gravi difficoltà e l’intervento dei francesi e di Ghosn la salvarono. Nissan era a posto sia in tecnologia che mercati, ma il suo management era incartato. L’intervento straniero, cambiando il management, sbloccò la situazione e la rimise in movimento.
Oggi le cose sono cambiate: Nissan fattura più di Renault e si poggia su un cash flow (cassa) di 11 miliardi di dollari, di questi tempi, fa gola ai francesi.
Domanda: ma potrebbero mai i samurai nipponici , di un’impresa storica, trasformarsi in vassalli della Francia? Certamente no, sebbene a Tokyo riconoscano le potenziali sinergie con Renault.
Seconda cosa: i giapponesi, come i cinesi, non sono figli di Aristotele, del tertium non datur. “Essere o non essere” è la base del nostro pensiero, ma non è di casa a Tokyo. In quell’area culturale, il pensiero è di matrice confuciana: “può essere o non essere”…; e si può essere capitalisti e socialisti allo stesso tempo”: che c’è di male?
Per questo motivo non avendo ereditato in Estremo Oriente il nostro dilemma “stato o mercato”, hanno sviluppato nel dopo guerra ed il Giappone avanti e prima di tutti, un modello economico diverso (vale anche per la Cina). E cioè quello che lo studioso Chalmer Johnson ha definito di “stato sviluppista”. Il modello del triangolo del potere: dove chi dà le carte sono la burocrazia, le imprese e la politica.
Tutte insieme: e il mantra è quindi “Stato e Mercato”. L’impresa non può non dialogare ed armonizzarsi alla strategia dello Stato. Deve procedere mano nella mano con i potenti ministeri.
Ghosn, si dice, non ha badato a questo imperativo; si è staccato dal famoso METI, poderoso ministero dell’economia, che è potentissimo e sa usare “bastone e carota”: “se segui i miei consigli avrai un premio. Se mi osteggi, pagherai…”
Ed ora che Renault (Ghosn) vuole portare Nissan in Francia, i poteri forti del Kasumigaseki (la zona dei Ministeri) escono allo scoperto: usando tutte le armi che uno Stato dirigista e sviluppista può utilizzare.
È chiaro quindi che le ambizioni francesi non si sono conciliate con la base culturale del Sol Levante e sarà quindi scontro. Questa volta a livello politico.
Come volevasi dimostrare.
Vittorio Volpi
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È probabile che tra l’occidente e l’estremo oriente vi siano concetti narrativi distanti. “Solo chi abbia saputo amministrare bene la propria famiglia, potrà poi essere un buon dirigente”, si afferma da quelle esotiche terre. I casi specifici narrati nell’articolo (che hanno alimentato, alimentano e alimenteranno infiniti dibattiti) non sono tuttavia oggetto del mio post. Off-topic? No,anzi, molto topic.
Proprio perché lontani ahinoi dalle gratificanti massime confuciane, sappiamo - per contro - che in occidente “spreco" e "corruzione" sono invece le definizioni più calzanti per descrivere il fenomeno del depauperamento crescente della popolazione periferica. Più sfacciatamente: le masse sono educate all'adorazione del mercato e dei suoi teoremi di merito e di rischio e, soprattutto, alla sempre più richiesta rinuncia delle garanzie ridistributive: troppo costose, si recita. Senza dimenticare i proclami di un'incalzante narrazione mediatica schierata, così da amplificare l'immagine di un settore pubblico ritenuto economicamente ”insostenibile" dopo gli "eccessi assistenziali dell'irripetibile glorioso trentennio", si propaganda. Quindi la scelta tra stato e mercato tenderebbe - in occidente - più al... mercato.
Non è così - paradossalmente - per le corporation economiche e finanziarie mondializzate del "too big to fail". Lo stato minimo vale solo nei proclami anti welfare. Infatti e viceversa "gli stati" rimangono pur sempre "il garante" di ogni speculazione ad "alto rischio" e il ragionamento si consolida sul paradosso - appunto - tra l’aumento della spesa pubblica "generica" quale ristorno dei disastri speculativi in essere, e il declino delle risorse effettive da offrire a un pubblico sempre più povero di fatto e di numero di persone coinvolte, proprio a causa di un’economia “esclusiva”.
Tutti sospesi in un contesto (in un “teatro”) dove un'oligarchia dominante e un elettorato “distratto” non sanno/possono/vogliono dare una risposta efficace alla palese condanna degli indifesi a una competizione economica impari, mentre i colossi si riconoscono in uno Stato "rielaborato" quindi premiati da condizioni invece negate ai deboli: una via sicura, senza (troppi) rischi, e il braccio, all'occorrenza giuridico, di un trasferimento di risorse istituzionale (2008) e costante verso il loro portafoglio a scapito del cittadino contribuente.
È un modello circolare: spese e rincorsa agli sgravi opprimono gli Stati e il divenire si... "arricchisce" di biforcazioni indecidibili: la politica si gioca sulla sottrazione di risorse agli “esclusi” e guadagna consensi barattando sgravi fiscali con gli “inclusi”. En "même temps" (macronismo) aumenta il disavanzo. E si ritorna al punto di partenza.
È probabile che tra l’occidente e l’estremo oriente vi siano concetti narrativi distanti. “Solo chi abbia saputo amministrare bene la propria famiglia, potrà poi essere un buon dirigente”, si afferma da quelle esotiche terre. I casi specifici narrati nell’articolo (che hanno alimentato, alimentano e alimenteranno infiniti dibattiti) non sono tuttavia oggetto del mio post. Off-topic? No,anzi, molto topic.
Proprio perché lontani ahinoi dalle gratificanti massime confuciane, sappiamo - per contro - che in occidente “spreco" e "corruzione" sono invece le definizioni più calzanti per descrivere il fenomeno del depauperamento crescente della popolazione periferica. Più sfacciatamente: le masse sono educate all'adorazione del mercato e dei suoi teoremi di merito e di rischio e, soprattutto, alla sempre più richiesta rinuncia delle garanzie ridistributive: troppo costose, si recita. Senza dimenticare i proclami di un'incalzante narrazione mediatica schierata, così da amplificare l'immagine di un settore pubblico ritenuto economicamente ”insostenibile" dopo gli "eccessi assistenziali dell'irripetibile glorioso trentennio", si propaganda. Quindi la scelta tra stato e mercato tenderebbe - in occidente - più al... mercato.
Non è così - paradossalmente - per le corporation economiche e finanziarie mondializzate del "too big to fail". Lo stato minimo vale solo nei proclami anti welfare. Infatti e viceversa "gli stati" rimangono pur sempre "il garante" di ogni speculazione ad "alto rischio" e il ragionamento si consolida sul paradosso - appunto - tra l’aumento della spesa pubblica "generica" quale ristorno dei disastri speculativi in essere, e il declino delle risorse effettive da offrire a un pubblico sempre più povero di fatto e di numero di persone coinvolte, proprio a causa di un’economia “esclusiva”.
Tutti sospesi in un contesto (in un “teatro”) dove un'oligarchia dominante e un elettorato “distratto” non sanno/possono/vogliono dare una risposta efficace alla palese condanna degli indifesi a una competizione economica impari, mentre i colossi si riconoscono in uno Stato "rielaborato" quindi premiati da condizioni invece negate ai deboli: una via sicura, senza (troppi) rischi, e il braccio, all'occorrenza giuridico, di un trasferimento di risorse istituzionale (2008) e costante verso il loro portafoglio a scapito del cittadino contribuente.
È un modello circolare: spese e rincorsa agli sgravi opprimono gli Stati e il divenire si... "arricchisce" di biforcazioni indecidibili: la politica si gioca sulla sottrazione di risorse agli “esclusi” e guadagna consensi barattando sgravi fiscali con gli “inclusi”. En "même temps" (macronismo) aumenta il disavanzo. E si ritorna al punto di partenza.