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Le tre parole che cambiarono il mondo e il genocidio dei Rohingya – di Vittorio Volpi

Il filosofo Marc Augé ha pubblicato di recente un libricino all’apparenza molto divertente; in realtà molto profondo.

Si intitola “ Le tre parole che hanno cambiato il mondo”.  Nel giorno di PASQUA del 2018, nel tradizionale discorso urbi et orbi, il Papa, dopo un lungo silenzio esclama a gran voce “Dio non esiste”.  Non è “il Dio è morto” di Nietsche, ma è un’utopia che invita alla riflessione.

Il libretto, nella sostanza, ci racconta che alla fine, non essendoci più diatribe religiose, non essendoci più un Dio – o Dei – sui quali discutere, il mondo, così tormentato e  bellicoso, ritorna gradatamente alla pace: il contenzioso è finito.

Se prestiamo attenzione, come dovremmo, ai problemi del mondo, non ci può sfuggire che molti dei conflitti più pericolosi e devastanti hanno come causa scatenante un conflitto religioso (ci sono sotto sotto altri problemi: una cosa sola non spiega tutto..).

Se osserviamo razionalmente, vediamo che non si salva nessuno. Cattolici contro protestanti, mussulmani contro i non credenti, induisti contro buddisti, confuciani contro buddisti,  e come dimostra un caso drammatico che stiamo vivendo nel sud-est Asia, buddisti contro mussulmani.

Ci riferiamo alla tragedia, il genocidio possiamo dire, dei Rohingya in Myanmar (la vecchia Birmania).  Da qualche anno si è scatenato un conflitto disastroso nei confronti della minoranza etnica mussulmana dei Rohingya che è stata ed è causa di un vero e proprio genocidio.  Secondo l’ONU la crisi Rohingya è la crisi etnico-religiosa che si sta sviluppando con la massima velocità.

 Cosa c’è all’origine?  Siamo di fronte ad una minoranza etnica che sarebbe arrivata nelle regioni di residenza nel 12mo secolo. Questa minoranza è mussulmana in un paese fondamentalmente buddista. Ha sopravvissuto per secoli fino alla fine del colonialismo britannico.  Dalla dichiarazione di indipendenza del 1948, le autorità, successivamente una spietata dittatura militare, li ha definiti “immigrati illegali (da sette secoli…); a loro sono state negate identità, assistenze (scuola, abitazione) e neppure tenuti nel conto nei censimenti.

Le cose sono peggiorate dal 2017 – paradossalmente sotto il governo del Premio Nobel di Aung San Suu Kyi. I militari hanno sostenuto di essere stati attaccati da alcuni gruppi ribelli, ma le cose sono certamente andate in un modo diverso. Le agenzie dell’ONU sostengono  che almeno un migliaio di Rohingya sono stati uccisi di recente e 6.700  di cui 730 bambini negli ultimi due anni. Ma, cosa ben più grave, si è assistito ad una fuga di massa.

Si stima che circa 700 mila rohingya siano ora rifugiati (illegalmente) in Bangladesh e vivano in condizioni precarie, sopravvivendo con i pochi aiuti dell’Onu, del Paese che li ospita e di alcuni paesi islamici. Le prove visive dall’alto, mostrano che i militari hanno messo a ferro e fuoco ben 288 villaggi risparmiando accuratamente tutti i villaggi limitrofi a base buddista..

Alle Nazioni Unite quindi si sospetta che ci troviamo di fronte ad un vero genocidio che sorprende avvenga in un paese buddista, matrice culturale spesso ritenuta pacifica ed interessate all’aldilà più che all’aldiquà.

E che dire della recente condanna di due giornalisti di Reuter che hanno esposto i crimini sulla base di documentazione che i militari considerano parte di “documenti segreti”.  Ed il bello è che ieri Aung San Suu Kyi ha difeso la sentenza: evviva il premio Nobel….. Dov’è la sua autorità morale? Le sue attenuanti, ma non bastano,  sono di presiedere un governo post dittatura folto di vecchi generali del regime. Ma da lei ci si aspettava di più.

Questa è la tragedia. Poco percepita perché “lontana dagli occhi, lontana dal cuore”, ma non per questo meno grave e che conferma che la religione, usata come strumento di discriminazione, è sempre esecrabile: e non risparmia nessuno.

Ricordiamoci di Marc Augé.

Vittorio Volpi

Relatore

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