Comprensibilmente, Bruxelles – abituata a sistemi democratici diversi da quello svizzero – ha considerato la votazione come un incidente di percorso in base anche a presumibili assicurazioni dei rappresentanti della Svizzera ufficiale. Gli svizzeri reagiscono con tempi più lunghi, hanno un sistema più complesso, bisogna avere pazienza ma l’adesione (già richiesta e sospesa ma per molti anni non ritirata) arriverà.
Comprensibile l’irritazione del Presidente Juncker che si lamenta oggi di aver parlato con otto Presidenti della Confederazione – già, fortunatamente da noi i presidenti durano solo un anno – che gli avrebbero fatto capire che le cose sulla via dell’adesione (non più formale ma pratica) procedevano bene ma lui alla fine non ha constatato progressi. Non abbiamo difficoltà a credergli anche perché alcuni di quei Presidenti (uomini e donne) in fondo sono eurofili e considerano gli svizzeri di altra opinione come dei buzzurri isolazionisti che mettono solo il bastone nella ruota della storia. Forse non dovremmo dimenticare che Juncker, contrariato, ha dato chiare indicazioni (tra l’altro con pretestuosi ripicchi) che si deve cambiare il passo. Dobbiamo spaventarci dinanzi alle intimidazioni e inchinarci ai voleri dell’UE egemone o prepararci per il momento non lontano nel quale si dovrà prendere una chiara decisione (dentro o fuori) con tutte le incognite inerenti.
Riconosciamo che tutto sommato, sia pure con alti e bassi, i 25 anni sono stati per noi proficui ed il malinteso può averci giovato nelle negoziazioni, anche se diventate con il tempo sempre più difficili, con un’UE che cambiava e indebolita (e quindi incattivita) da tanti problemi.
La frattura tra un Nord risparmiatore e un Sud spendaccione che tenta di farsi pagare i debiti dal Nord. I problemi collegati ad un Euro voluto per ragioni politiche ignorando la mancata omogeneità economica tra le diverse nazioni. Il contrasto tra chi insiste per una sempre maggiore cessione di sovranità e le forti reazioni contrarie dei Paesi a suo tempo sotto il giogo comunista e per nulla disposti a rinunciare ad una sovranità ritrovata. L’incapacità a formulare una politica che risponda al gravissimo problema di un’immigrazione epocale e incontrollata, la diversità tra i sistemi previdenziali dei singoli Paesi che invita al turismo sociale. A tutto ciò si aggiungono Brexit (che Bruxelles affronta con intenti chiaramente punitivi e per dissuadere gli altri Paesi dall’imitare l’Inghilterra) ed il sempre maggior successo elettorale di movimenti popolari tendenzialmente anti UE in quasi tutti gli Stati membri.
Mi preoccupa che i destini e il futuro della Svizzera dipendano da un problema sicuramente importante ma di dettaglio, oltretutto risolto con una soluzione pesantemente burocratica e costosa per l’economia.
È ora che Governo, amministrazione, forze politiche, associazioni padronali e sindacali ci facciano sapere quali sono i paletti invalicabili – secondo loro – per rimanere svizzeri.
Il rapporto Svizzera-UE non può venir ridotto a (opinabili) valutazioni di convenienza economica. La Svizzera non è una bottega.
Tito Tettamanti
Pubblicato sul CdT e riproposto con il consenso dell’Autore e della testata
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