Il corteo “Insieme senza i muri” è partito da Porta Venezia, Milano, per sostenere i migranti, ma non senza polemiche scaturite soprattutto dall’accoltellamento da parte di un giovane con madre italiana e padre magrebino, di un poliziotto e due militari durante un controllo di documenti.
Non sono mancate le critiche da parte della Lega Nord, il governatore Roberto Maroni aveva chiesto la cancellazione dell’iniziativa e Matteo Salvini ha parlato di “marcia per gli invasori”, ma il sindaco di Milano Beppe Sala ha comunque promosso l’evento e guidato il corteo assieme a Emma Bonino. Altre personalità di spicco hanno partecipato alla marcia, come il sindaco di Bergamo Giorgio Gori e il presidente del senato Pietro Grasso. Ma non sono mancati anche centri sociali, associazioni culturali e gruppi impegnati nell’integrazione degli extracomunitari.
Il sindaco di Milano ha garantito la sicurezza durante il corteo ma qualche tensione comunque c’è stata. Militanti dei centri sociali hanno contestato il PD definendolo “la peggior destra” a causa del sostegno dato dal partito alla legge Minniti-Orlando, un decreto che contiene “disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché misure per il contrasto dell’immigrazione illegale”. La tensione tuttavia non è durata a lungo e non è stato necessario l’intervento delle forze dell’ordine.
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Mi starebbe anche bene partecipare a marce contro i muri. Tutti… tuttavia.
E lì bisognerebbe fare chiarezza. Perché di chiusure “invisibili” radicali e subdole già ce ne sono a bizzeffe. Dividono, selezionano, emarginano, ma non lo danno (subito) a vedere. Proprio perché all’interno di questi muri eretti a protezione di privilegi specifici ci abitano i predicatori di uguaglianze, di società aperte, di metropolizzazioni integrative. Uno schermo fumoso di chiacchiere costruito per dissimulare una società che si orienta sempre più verso una - feroce e consapevole - discriminazione di reddito. E di conseguenti ghetti sociali.
Perché nel frattempo la classe dominante non ha mai smesso di erigere barriere apparentemente invisibili. Ma che si rivelano a conti fatti muri concreti pesanti e irreversibili. Lo ha fatto con l’apartheid di reddito, quindi sociale e culturale. In concreto con la costruzione di isole “culturali” e residenziali privilegiate e con l’aumento delle discriminazioni esistenziali quotidiane proporzionali al reddito. Un percorso sostanzialmente ideologico preventivamente progettato e subdolamente attuato.
Per cui la redditocrazia era ed é perfettamente consapevole delle difficoltà d’integrazione demografica, la cosiddetta “mixité comunitarista”, appunto scaricata per scelta ideologica sulle spalle degli abitanti dei territori popolari. La brutalità del meccanismo sta nel fatto che è in atto un accanito tentativo di colpevolizzare il ceto popolare che - ingenuamente - si lascia accusare di essere l’unico mandante di muri discriminatori.
Se è pur vero che i recinti non hanno mai risolto i problemi dell’umanità come ci viene propinato quotidianamente dall’alto con insostenibile intensità, possiamo (poco tranquillamente) constatare che i muri di reddito, di censo come pure quelli di…classe - oltreché diventare sempre più impermeabili, invalicabili, tollerati e soprattutto… assenti dal dibattito - hanno perennemente complicato i problemi all’intera umanità. Qualcuno usa definire il fenomeno come l’intramontabile impero del potere privante.