“Coloro che vengono in Francia devono aspettarsi la Francia, non un paese trasformato nella loro terra d’origine. Altrimenti sarebbero stati a casa loro.” In nome del popolo, Marine Le Pen lancia la sfida che separa i suoi elettori, i patrioti, dai mondialisti, miranti, secondo la politica, alla distruzione dell’identità nazionale.
“Chiuderò i luoghi di islamismo radicale, dove si predica la guerra santa contro gli infedeli.”
“I radicalizzati? Sono pericolosi per l’incolumità del Paese, e pertanto verranno puniti con una pena di indegnità nazionale.”
Marine Le Pen continua, davanti alle migliaia di elettori giunti a sostenere la candidata francese nella sua corsa all’Eliseo, che a intermittenza s’accendono in ovazioni, gridando lo slogan del FN “Siamo a casa nostra, on est chez nous.”
“Il progetto europeista ha fallito. Usciremo da questo scempio con un Referendum, e salveremo il paese. l’UE sarà solo un brutto ricordo.”
Presenta 24 pagine con i 114 punti del suo nuovo governo, pronta a sfidare concretamente a destra Nicolas Sarkozy, a sinistra Manuel Valls, e tanti altri. Solo nomi, dopotutto, come aveva dichiarato la nipote Marion Maréchal Le Pen, della quale alleghiamo l’intervista seguita pochi mesi fa, a Firenze.
https://www.ticinolive.ch/2016/11/28/marion-le-pen-fronte-del-futuro-la-difesa-dellidentita/
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Proprio come non sono simpatizzante del Donald… transatlantico, non nutro soverchie simpatie nei confronti della Marine… transalpina. Ciò andava chiarito, anche per evitare i soliti fraintendimenti.
Tuttavia dopo la quasi archiviata ostinata malevolenza nei confronti del termine “popolo” (da cui populismo), parrebbe spuntare un altro termine tabù, per cui ci troviamo immediatamente confrontati con un nuovo tormentone: il sovranismo. Rinato vocabolo post-brexit ri-proposto dalla solita «nomenclatura» con toni abominevoli perché ritenuto l’antagonista diretto del sedicente libero mercato. Sovranismo, cioè nazionalismo, quindi per-proprietà-transitiva: xenofobia. Almeno così dice la sentenza di codesto maxi-processo semantico ufficiale. Et voilà!
Per cui ci vorranno ancora mesi, forse pure anni di considerazioni opponibili per magari finalmente poterlo eventualmente digerire nella sua accezione pertinente. Che il sovranismo delle decisioni mercantili globalizzate, sia sovranismo “ultra vires” non importa. È il mercato che lo vuole. Quindi fatale. Quindi inderogabile.
Se, viceversa, uno stato volesse, per esempio, definire (dico definire) quanta manodopera poter assumere all’interno della propria condizione economica (intra vires), tenendo conto di ponderati parametri econometrici di sopravvivenza, ecco che scatta l’immediata accusa di voler innescare meccanismi di riprovevole chiusura, subito considerati come abominevoli. In altre parole sovranisti.
In attesa di risolvete la vexata quaestio relativa al concetto dell’autodeterminazione degli stati… sovrani, ecco che un terzo vocabolo irrompe nella scena mediatica. Una nuova paura appare all’orizzonte demagogico: la… paura. Mi spiego. Il nuovo ritornello, il leitmotiv, insomma la narrazione modaiola di strettissima attualità informativa vuole raccontarci che con ogni probabilità, anzi certamente, tutti coloro che mostrano un naturale timore verso i pericolosi colpi di coda di una turbo-globalizzazione in affanno, vivano in un patologico stato di paura. Il partito degli spaventati, lo si è già voluto definire.
Un gruppo chiuso, votato alla inutile ricerca di una rassicurante omogeneità. Un’umanità che si rinserra all’interno dei propri confini fisici e mentali. Sopraffatta da consuetudini viscerali che andrebbero, viceversa, affrontate abbattendo ogni frontiera ideologica, aprendosi all’altrui umanità.
Bene, abbattiamo i muri che dividono il mondo! Si potrebbe iniziare, poniamo, con annullare le superate segregazioni residenziali. Ammesso di potercela fare. Perché sembra ormai assodato che la popolazione mondiale globalizzata, viva quasi essenzialmente in grandi agglomerati urbani, per cui tende (udite!) ad “aggregarsi sulla base di riferimenti socio-economici e culturali affini”; cioè identitari: cioè omogenei. Ci sono quelli che scelgono - of course - una dolce vita nei quartieri esclusivi, negli arrondissement chic, nelle zips a pigioni identitarie, molto identitarie e perfino omogenee, invitando gli altri, dall’alto del compiacente potere mediatico, ad auto recludersi serenamente nei ghetti di povertà. Tuttavia… multiculturali.