Primo piano

I profeti della stagnazione secolare – di Tito Tettamanti

Larry Summers, noto economista americano e già ministro del Tesoro con il presidente Clinton, sostiene da qualche tempo che l’economia è entrata in una fase di stagnazione secolare. Se la domanda è sempre fiacca, la disoccupazione preoccupante, gli investimenti produttivi scarsi, la produttività stagnante nonostante gli interventi degli Stati e più ancora delle banche centrali che hanno inondato il mercato di migliaia di miliardi, non è perché le medicine prescritte si siano rivelate errate, ma perché non c’è nulla da fare, bisogna continuare con le flebo senza una vera speranza di ripresa.

Anche se non usando il secolo quale riferimento spaziale, Nikolaj Dmitrievic Kondrat’ev (economista sovietico 1892-1939) è ancora oggi ricordato per la sua tesi dei cicli economici lunghi che lui aveva fissato in 50-70 anni e che si alternerebbero come i periodi biblici delle vacche grasse e magre.

Legittimo il dubbio che Larry Summers vedendo come le ricette adottate (sempre più liquidità, sempre più debiti, interessi addirittura negativi con pesanti conseguenze per risparmiatori, casse pensioni e sistema bancario) in otto anni non abbiano dato alcun risultato, anzi peggiorato la situazione, cerchi di trovare una giustificazione che permetta di salvare la faccia alle ricette economiche che lui ha condiviso quando non addirittura proposto, dicendo che la situazione del paziente (l’economia) è talmente grave che non vi è alcun rimedio e dobbiamo rassegnarci a rimanere nella insoddisfacente e preoccupante situazione attuale, continuando a vivere di flebo (sino a quando?).

Con tutto il rispetto dovuto alle idee di un intelligente ed esperto economista come Summers, nel suo pensiero vi sono perlomeno tre gravi errori concettuali. Il primo è la diffusa pretesa degli economisti, comprensibile ma illusoria, di leggere il futuro. Viviamo in una situazione di grandissima instabilità sia geopolitica che sociale, economica, politica. Previsioni, sempre difficili, mancano di una base stabile dalla quale partire e quindi sono ancora più aleatorie e fragili. Condannare un secolo di possibili sconvolgenti e imprevedibili mutamenti alla stagnazione economica oltretutto eventualmente per giustificare il fallimento delle ricette adottate mi sembra eccessivo.

Il secondo errore consiste nell’ignorare che nel periodo di transizione nel quale ci troviamo (pensiamo agli sviluppi della biotecnologia, della nanotecnologia, della robotica, digitalizzazione dell’informazione, nell’ambito dell’utilizzo dell’energia elettrica ed altro ancora) ci vedremo confrontati con una società trasformata e legittima sarà la domanda se i parametri usati dall’economia non debbano venir pure adeguati ad una nuova realtà. Negli interessanti ma rischiosi passaggi che marcano il progresso dell’umanità la tranquillizzante routine dei piani va sostituita con la flessibilità, la duttilità, la capacità di nuove visioni e di definire nuovi paradigmi.

Infine, coerentemente con il suo impianto ideologico, Larry Summers ritiene che le soluzioni possono essere solo frutto di politiche del potere, della finanza pubblica, delle banche centrali. Comprensibile anche tenuto conto della pervasività da parte delle istituzioni (Stato) nella nostra vita. Ma ciò porta ad una forma di cecità nei confronti dei possibili fermenti, delle capacità di reazione, della vivacità (anche se molto condizionata) della società civile, degli attori dell’economia e produttori della ricchezza.

L’umanità ha costruito una storia di progresso e successi (con gravi macchie ed errori) ma i risultati si vedono. Forse se il potere restituisse un po’ più di autonomia al mercato, oggi legato da mille pastoie, e di dignità ai suoi attori, ce ne sortiremmo ancora una volta come già per il passato. Con vincenti e perdenti, che certamente non possono venir dimenticati. Ma così eviteremmo di accettare di essere tutti perdenti per un secolo.

Tito Tettamanti

(pubblicato nel Corriere e riproposto con il consenso dell’Autore)


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