L’artista Aymone Poletti commenta in questo profondo articolo una notevole mostra tenutasi (2014) nella sede del Museo Cantonale d’Arte in via Canova.
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Proseguendo nel suo impegno per la valorizzazione e la divulgazione dell’opera dei più significativi esponenti dell’Arte ticinese contemporanea, il Museo Cantonale d’Arte di Lugano torna a proporre al pubblico l’opera di Flavio Paolucci con una mostra che si pone in parallelo, a distanza di venticinque anni, dalla grande personale che gli aveva già dedicato nel 1988.
Realizzata in occasione degli ottant’anni dell’artista, nato a Torre nel 1934, la mostra, che si compone in gran parte di opere scultoree (ma non solo), si estende sui tre piani del museo e presenta un interessantissimo percorso che illustra gli sviluppi del lavoro di Paolucci dal 1989 ad oggi, definendosi come una prosecuzione ideale della mostra precedente.
L’esposizione, curata da Elio Schenini, offre uno sguardo panoramico su questo periodo produttivo dell’artista, estremamente vitale e ricco di sviluppi formali ed estetici che vengono ad incrementare, con nuove invenzioni e intuizioni spesso folgoranti, un corpus sì ampissimo ma sempre estremamente coerente.
Nel 1974 egli realizza, infatti, i suoi primi “innesti”, lavori che segnano la reale svolta nel suo percorso d’artista: queste sono opere che, non solo appaiono precocemente sintonizzate con alcune delle esperienze più significative emerse in quel giro d’anni nel contesto dell’Arte Povera italiana, ma segnano anche il superamento di una serie di esperienze di ricerca dei suoi esordi e il definitivo approdo a quella singolarità di linguaggio chiaro e definito che da quarant’anni contraddistingue la sua ricerca e che si potrebbe dire legata ad un certo particolare sviluppo che rimanda a sensazioni di assimilazione concettuale orientale.
A partire dai primi caratteri immaginari che compaiono negli “Alfabeti selvatici”(1975), Paolucci è andato precisando e definendo nei decenni successivi gli elementi del proprio alfabeto visivo, arricchendolo via via di nuovi segni. Questi elementi rappresentano la dualità del linguaggio di Paolucci, perché ritroviamo segni che possono essere o pienamente iconici come la barca, la colonna, la casa, la bandiera, il remo, la foglia, il ramo, l’uovo, la perla, o altri astratto-geometrici come il cerchio, il quadrato, il rettangolo, la retta e la croce. Attraverso questi segni, intesi come caratteri primari che definiscono una simbologia al contempo ancestrale ed esistenziale, l’artista trascrive in visioni e racconti le suggestioni che gli propone la propria esperienza quotidiana del mondo. Un’esperienza che, come afferma l’artista, non passa tanto attraverso l’«intelligenza del pensiero» quanto piuttosto tramite l’«intelligenza degli occhi».
In Paolucci però non dobbiamo dimenticare che l’occhio si muove sempre assieme alla mano. La sintassi del suo alfabeto visivo, difatti, prende forma secondo il principio del collage, dell’assemblaggio di elementi, che si definisce in una tradizione artigianale, e al contempo si ricollega a una concezione della modernità che accoglie e anzi celebra il ruolo degli incidenti provocati dalla casualità all’interno dello sviluppo espressivo.
Sono dunque le diverse patine con le quali sono rifiniti gli attuali bronzi a riprendere il ruolo dei collages costituiti da quelle carte colorate al nerofumo che negli anni Ottanta e Novanta rivestivano come una nuova pelle i legni scortecciati dell’artista… e sono sempre queste patine che ripropongono, seppur in forma diversa ma rigorosamente coerente al pensiero dell’artista, quell’ambiguità tra naturale e artificiale che da sempre caratterizza le opere di Paolucci.
Non da ultimo è da ricordare che in occasione di questa mostra è stata pubblicata (nell’ambito del Programma Binding Sélection d’ Artistes), un’importante monografia con testi di Martin Kunz, Hans Rudolf Reust e Elio Schenini. Edizione bilingue italiano-inglese, 196 pagine con illustrazioni a colori.
Aymone Poletti
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