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Su Schengen e Dublino una montagna di bugie – di Gianfranco Soldati

Schengen e Dublino vacillano, traballano, dileguano, crollano, si disintegrano, gli Stati dell’UE ripristinano (brutta questa voce del verbo ripristinare, meglio ricorrere a reintrodurre o ristabilire) propri controlli alle frontiere nazionali. I vati di Bruxelles, come al solito incuranti della realtà, proclamano imperterriti che il principio della libera circolazione delle persone in Europa non si tocca neppure se grandi stati come l’Inghilterra, la Francia, la stessa Germania e altri minori, in pratica tutti gli stati dell’Est europeo, il sacrosanto principio lo stanno non solo toccando ma addirittura manomettendo. Il 16.1.2016 in Austria si è perfino mosso il cancelliere Werner Faymann per proclamare la sospensione di Schengen. Un semplice comunicato stampa ufficiale gli sembrava insufficiente.

Noi svizzeri, che per il solo Schengen sborsiamo la bazzecola di 120 mio all’anno, per amore del quieto vivere propendiamo per la rapida perdita di memoria. Sarebbe invece bene ricordare in dettaglio le informazioni, non voglio dire truffaldine, ma almeno mal suffragate da sufficienti approfondimenti, con i quali il nostro governo ci ha quasi “estorto” nel 2005 un 54% di sì per l’approvazione di quell’accordo. Lo facciamo con l’aiuto di Christoph Mörgeli, dalla solita Weltwoche.

Il Consiglio federale cominciò la sua campagna per indurre il popolo al sì con un’affermazione (che si sarebbe subito rivelata lontana dalla realtà) nell’opuscolo pre-elettorale inviato a tutti i votanti con il materiale per il voto per corrispondenza: “Nei prossimi anni i costi di Schengen e Dublino saranno mediamente di 7,4 mio all’anno”. Dopo 2 anni avevano già superato la soglia dei 100 mio e adesso veleggiano da un paio d’anni sui 120 mio. Con in più alcuni mrd di franchi di versamenti di coesione una tantum per gli stati UE economicamente più deboli, quelli dell’Est in particolare. Un versamento richiesto da Bruxelles per permetterci di partecipare al trattato. La ministra degli Esteri Micheline Calmy-Rey promise che il trattato di Dublino ci avrebbe aiutati a diminuire il numero delle richieste d’asilo. Il ministro dell’Economia, Joseph Deiss, assicurò addirittura che i trattati di Dublino e Schengen avrebbero garantito il segreto bancario e che comportavano più vantaggi che inconvenienti. L’allora presidente della Confederazione, Samuel Schmid, affermò che la collaborazione nel quadro del trattato di Dublino avrebbe alleggerito il lavoro nella politica dell’asilo, in particolare eliminando il turismo dell’asilo e abolendo la possibilità di una seconda richiesta d’asilo su suolo europeo. La allora consigliera agli Stati Simonetta Sommaruga dichiarò che riteneva ragionevole e responsabile la collaborazione internazionale sul tema dei rifugiati tramite il trattato di Dublino. Il Professore Georg Kreis, indimenticabile presidente della Commissione contro il razzismo, stimò che i due trattati apportavano un’intera fila di rallegranti novità. Il grande Jean Ziegler lodò convinto la diplomazia svizzera per i brillanti negoziati, grazie ai quali aveva ottenuto da Bruxelles il massimo del possibile. Peter Bodenmann, presidente del partito socialista, decise, lapidario come sempre: “Chi vuole meno rifugiati deve essere per la partecipazione ai trattati”.

Una dimostrazione, come ne abbiamo avute molte dal 6 dicembre 1992 in poi, della distanza che sta tra i piedi di troppi nostri politici di alto rango e la terraferma. Solo partito a combattere l’adesione ai trattati rimase l’UDC-SVP, che si guadagnò così anche l’anatema del vescovo ausiliario di Coira, Peter Henrici, che tuonò dal pulpito: “L’UDC-SVP è l’unico partito che un buon cristiano non può votare”.

Un’ulteriore dimostrazione del fatto che anche uomini e donne di alto livello per ragionare si servono spesso più della pancia che del cervello. O, detto in altro modo, dei loro pregiudizi.

*

Sono colpevole di anti-americanismo all’eccesso?  Per le mie prese di posizione nei confronti del governo e della politica degli Stati Uniti in questo lungo, anzi interminabile dopoguerra senza pace, mi sono sentito più volte rimproverare l’eccesso da parte di amici e conoscenti. Eccesso di toni (“c’est le ton qui fait la musique”) o insufficienza di argomentazioni? Ognuno è libero di giudicare, e non ho certo la pretesa di convincere chi la pensa diversamente da me. La scissione dei pregiudizi è più difficile di quella dell’atomo, stando almeno ad Einstein, che di scissioni se ne intendeva, e Churchill, che di esperienza e psicologia politica era tutto salvo che sprovvisto, confessava serafico di aver sentito, durante tutta una vita, migliaia di discorsi, di aver cambiato opinione centinaia di volte, ma mai il voto.

Ultimamente mi sono imbattuto in uno strano personaggio nord-americano, Paul Craig Roberts, 75 anni ben portati, economista al servizio di Reagan, poi a capo di una commissione di sorveglianza sull’operato della CIA, adesso alla testa di un “serbatoio di pensiero”, Institute for Political Economy. Una conferma più assoluta delle mie prese di posizione contro i governi USA di questi ultimi decenni non potrei immaginarla e neppure desiderarla, sia per gli argomenti irrefutabili, perché sotto gli occhi di tutti (le varie guerre con milioni di vittime civili e inenarrabili devastazioni di intere nazioni), sia per i toni, al cui confronto i miei sono da chierichetto.

I crimini verso l’umanità suscitano indignazione e orrore, quando li si descrive o contrasta è naturale che i toni si alzino. La pretesa degli USA di imporre e mantenere una propria egemonia, ricorrendo alla violenza ogni volta che sembra necessario, su un intero pianeta e sui suoi più di 7 miliardi di abitanti è un progetto politico folle. Un progetto politico reso possibile in primo luogo dal fatto, e qui è Paul Craig Roberts che parla, non il sottoscritto, che il popolo americano è ignorante e disinformato. Un popolo che è anche tendenzialmente violento, e questa è una mia opinione che condivido perfettamente con me stesso, come dimostrano i troppo frequenti assassini in serie di persone assolutamente innocenti.

Gianfranco Soldati

Relatore

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  • Caro Gianfranco, le tue sono parole d'oro, sottoscrivo senza riserfve. Non sono solito commentare, ma val pure la pena far eccezzione. Un caro saluto
    Angelo Parola

  • Dimenticato: un'ulteriore prova della violenza congenita nel popolo statunitense è il numero orrendo di vittime della polizia, con poliziotti che non solo sparano, ma uccidono, e praticamente sempre vengono assolti dai tribunali.
    Un grazie al Signor Parola, che non ho il piacere di conoscere.

  • Leggo sempre i suoi commenti sia di politica interna che estera e mi trovo in più punti consenziente con il suo pensiero e seppure mi ritengo di sinistra (che oggi non vuol dire più nulla visto la tendenza che ha preso) apprezzo molto il suo impegno. Complimenti e continui a pubblicare le sue illuminanti riflessioni che danno vigore alla pochezza intellettuale che gira. Grazie!

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