Subito dopo il dibattito della serata evento sul film “Sangue” Silvia Giralucci ha rilasciato a Ticinolive questa bella e profonda intervista. (francesco de maria)

Silvia G 7 x

Francesco De Maria   Lei aveva 3 anni quando suo padre fu ucciso. Quanti anni aveva quando comprese ciò che era accaduto quel giorno del 1974 ?

Silvia Giralucci   Credo di aver capito quando andavo al liceo, con il processo. Nascondevo i giornali sotto il banco, e pensavo che i miei compagni non avrebbero collegato i titoli dei giornali a me. In realtà tutti sapevano, e quando mi accorsi che quello che consideravo un dolore privato ero come nuda in mezzo alla folla. Ma ci sono voluti ancora anni di studio per capire – se si può capire – che cosa sono stati gli anni di piombo in Italia.

Con il trascorrere degli anni l’immagine che lei ha degli anni di piombo è mutata?

SG   Gli anni Settanta per me sono soprattutto gli anni in cui sono nata, in cui sono andata alla scuola elementare, quando giocavo e pensavo che la vita sarebbe stata bella, anche con la mia famiglia strana. Crescendo ho attraversato lunghe fasi di rabbia: come fai ad accettare che ti abbiano rubato il papà? Infine ho cercato di ricucire le ferite. Farsi divorare dal rancore sarebbe solo un modo di buttare via la vita.

Sappiamo “tutto”, oggi, di quegli anni? Se la risposta è no, che cosa ignoriamo?

SG   No, non sappiamo proprio per niente tutto. Basti pensare che le stragi in Italia sono ancora impunite. Basti pensare che le stragi in Italia sono ancora impunite. La strategia della tensione ha utilizzato prima l’eversione di destra e poi quella di sinistra con l’obiettivo di stabilizzare il potere al centro. Solo in Italia c’è stato lo stesso partito al governo per 45 anni. Su questo bisogna far luce, su coperture e connivenze degli apparati dello Stato.

Lei ha fatto indagini particolari sugli anni Settanta, approfondite?

SG   Ho letto quel che mi interessava leggere lasciando fuori ciò che è stato scritto dagli ex brigatisti. So che potrebbe essere importante, ma non ci riesco.

Indro Montanelli scrisse prima di tanti altri – forse prima di tutti gli altri – una verità scomodissima: il terrorismo rosso era reale. Era un uomo coraggioso?

SG   Indro Montanelli è stato come un secondo padre per me. Un modello di vita e di pensiero. Tra l’altro il suo “Giornale” cominciò ad andare in edicola proprio pochissimi giorni dopo la morte di mio padre. Ricordo come fosse ieri il giorno in cui è morto, il 22 luglio del 2001, durante il G8 di Genova. Piansi.

Adesso veniamo a Locarno. Le propongo un “esperimento mentale”. Lei adesso è il direttore Chatrian, le propongono il film “Sangue” e deve decidere: ammetterlo al concorso oppure no. Come si comporta?

SG   Lo ammetterei perché è un film di valore.

Poi il film viene accettato e la delegazione capeggiata da Delbono dev’essere invitata a Locarno. Come si comporta?

SG   Sinceramente non lo so. Forse una presenza silenziosa sarebbe stata l’unica accettabile. Ma è compito del direttore di un festival chiederlo? Non sarebbe stato ipocrita? Da vittima, quel che mi aspetterei, è che fosse Senzani stesso a capire che deve camminare a testa bassa per il resto dei suoi giorni, che la sua esperienza non ha niente di eroico da insegnare a nessuno.

Quando è stata invitata alla televisione svizzera, ha accettato senza esitare?

SG   No, mi sono assicurata che non avrei incontrato Senzani e ho chiesto di vedere il film prima di decidere. Sono venuta perché ho apprezzato il film.

Come valuta il dibattito al quale ha partecipato?

SG   Mi è sembrato un dibattito interessante, con reciproco rispetto tra posizioni diverse. Le ragioni non stanno mai da una parte sola, perché anche la realtà è inevitabilmente complessa e contraddittoria. La politica la rende schematica, ma quello non è il mio mondo.

Come giornalista/scrittrice/regista lei pensa di essere stata d’aiuto a vittime del terrorismo?

SG   Tra ex orfani ci siamo reciprocamente stati di grandissimo aiuto negli anni. Uno di noi, Andrea Briano, ha anche inventato una parola “con-fratelli” perché ci sono cose che solo tra di noi possiamo capire. C’è però una profonda frattura tra noi e alcune vittime che hanno vissuto direttamente gli anni di piombo, ne portano addosso i segni, e mal vedono il nostro desiderio di superare la rabbia.

Sartre ha spiegato il significato che lui stesso attribuiva alla sua celebre frase: “L’enfer, c’est les autres”. Questa, italianizzata, è anche il titolo del suo libro. Che cos’ha voluto dire, esattamente?

SG   Volevo un titolo che richiamasse l’idea delle prospettive multiple, che raccontasse le difficoltà che abbiamo tutti a guardare il mondo anche con gli occhi del nemico, che sottolineasse la naturale tendenza a considerare la nostra violenza come inevitabile risposta a quelle che consideriamo aggressioni degli altri. La citazione di Sartre aveva le fiamme, la dicotomia tra il noi e gli altri, l’idea delle prospettive e anche quella della sofferenza. E poi mi piace perché è un titolo aperto, ciascuno ci vede quel che crede.

Ci racconti la trama del suo film “Sfiorando il muro”.

SG   Sono partita dalle immagini che apparivano nella nebbia dei ricordi della mia infanzia come insegne al neon: scritte sui muri, spezzoni di telegiornali, frasi monche in famiglia. E poi sono andata a cercare i testimoni, personaggi della storia della mia città – Padova – che negli anni mi avevano colpito. Era una città particolare Padova negli anni Settanta: da lì erano partite le borse per la strage di piazza Fontana nel 1969, l’omicidio di mio padre e di Giuseppe Mazzola segnò il momento in cui le BR passarono dalle azioni dimostrative agli omicidi, e poi, negli anni successivi, divenne un laboratorio di violenza diffusa senza pari in Italia.

Quasi cinquecento attentati in tre anni, un’enormità per una piccola città. Ho voluto indagare sul clima di paura diffusa, paura anche solo di fare una passeggiata in centro, che ho sempre sentito raccontare, e su quel 7 aprile che ancor oggi è un tabù. Quel sabato che precedeva la domenica delle palme del 1979 al mattino presto scattò un blitz che portò in carcere i vertici dell’Autonomia operaia organizzata: professori universitari – il più noto era Toni Negri – ma anche giornalisti, intellettuali, leader del ’68.

Erano accusati di essere i capi del Partito Armato, comprendente Autonomia e Brigate Rosse, la prima con il compito di fare da cerniera tra la lotta armata e la società civile. Oltre trent’anni dopo nella mia città ancora non si può parlare di quel blitz. Preferisce rimuoverlo sia chi l’ha sentito come una liberazione dai soprusi e dalle violenze quotidiane del periodo precedente, sia chi ha vissuto quell’operazione giudiziaria come un teorema costruito su assunti falsi, che ha criminalizzato un intero movimento di idee. Alle persone della mia generazione – a 40 anni non possiamo neppure più dirci giovani – che vogliono capire, è richiesta non solo una scelta di campo, ma un atto di fede. Il mio racconto vuole andare oltre. Ascoltare ciascuno dei protagonisti con il suo mondo di riferimento per dare un quadro con dei chiaroscuri. E, in fondo, anche per capire le ragioni di quel ragazzo che era mio padre, che amava la politica in un momento in cui era difficile e pericoloso essere di destra.

Anni così crudeli e terribili sono passati per sempre, o qualcosa di simile potrebbe tornare?

SG   Diciamo che non mi sembra che ci siano condizioni sociali e politiche che facciano presagire un ritorno a scontri così radicali e a nuove forme di terrorismo politico. C’è però un diffuso senso di rabbia e di impotenza, l’impossibilità di immaginare un futuro e anche queste son cose che possono portare a gesti disperati.

NOTA. Ho scelto una frase, dalla quale ampiamente dissento, e l’ho evidenziata ponendola nel titolo.

Esclusiva di Ticinolive, riproduzione concessa citando la fonte.