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Giovanni Palatucci, lo Schindler italiano, era un collaboratore nazista

Giovanni Palatucci veniva ricordato come lo “Schindler italiano”, per aver salvato 5.000 ebrei dallo sterminio nazista. Era stato riconosciuto un Giusto da Israele e Papa Giovanni Paolo II lo aveva dichiarato martire.

Uno studio condotto su centinaia di documenti ha fatto invece emergere che Giovanni Palatucci (1909-1945) era un collaboratore nazista e che aveva partecipato alla deportazione degli ebrei nel campo di concentramento di Auschwitz.
Settimana scorsa, l’Holocaust Memorial Museum di Washington ha deciso di rimuovere il suo nome da una mostra, mentre lo Yad Vashem di Gerusalemme e il Vaticano hanno iniziato a esaminare i documenti.

La verità su Palatucci è emersa dopo che i ricercatori del Centro Primo Levi hanno avuto accesso a documenti italiani e tedeschi, nell’ambito di una ricerca sul ruolo di Fiume come terreno fertile per il fascismo, città dove Palatucci lavorò come funzionario di polizia dal 1940 al 1944.
Stando alla versione accreditata finora, quando nel 1943 i nazisti occuparono la città, Palatucci distrusse i documenti per impedire che i tedeschi spedissero gli ebrei di Fiume nei campi di concentramento. La sua stessa morte nel campo di Dachau, a 35 anni, avvalorò poi la tesi.

Natalia Indrimi, direttrice del Centro Primo Levi, ha invece dichiarato che dall’esame di questi stessi documenti risulta che nel 1943 Fiume contava 500 ebrei, di cui circa 400 finirono proprio nel campo di Auschwitz e che Palatucci era vice commissario aggiunto responsabile dell’applicazione delle leggi razziali fasciste.
In una lettera che ha mandato al Museo di Washington, Indrimi ha scritto che Palatucci era “un pieno esecutore delle leggi razziali e, dopo aver prestato giuramento alla Repubblica sociale di Mussolini, collaborò con i nazisti. Giovanni Palatucci non rappresenta altro che l’omertà, l’arroganza e la condiscendenza di molti giovani funzionari italiani che seguirono con entusiasmo Mussolini nei suoi ultimi disastrosi passi.”

La sua stessa deportazione a Dachau, nel 1944, non fu determinata dalle sue gesta per salvare gli ebrei, quanto piuttosto dalle accuse tedesche di appropriazione indebita e tradimento, per aver passato ai britannici i piani per l’indipendenza di Fiume nel dopoguerra.

(Fonte : La Stampa.it)

Redazione

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