Dopo aver disputato un torneo fantastico vincendo 9 partite consecutivamente la Svizzera è stata sconfitta in finale dalla Svezia per 5-1 (2-1, 0-0, 3-0). Gli elvetici erano andati per primi a segno con Josi ma i nordici hanno subito recuperato chiudendo il primo tempo in vantaggio con reti di Gustavsson e H. Sedin. Dopo un secondo tempo a reti inviolate hanno segnato ancora Hjalmarsson, Eriksson e H. Sedin (a porta vuota).
Nonostante la dura sconfitta odierna la Svizzera ha conseguito un risultato eccezionale, al di là di ogni aspettativa.
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Ma li avete letti i commenti sulla stampa? E gli "smart-ice" twittati?
Una perla: "La boxe per menare quelli di quarta. Il calcio per la velina. Il nuoto per diventare Bova. L'hockey x vincere come la Svizzera"
Un distillato esemplare di... “cultura” (transnazionale) dominante. Evvai.
Ci eravamo quasi abituati ai delicati vocaboli sportivi indirizzati agli avversari: "spazzati via"," asfaltati", "massacrati" e "stesi". High-sticking? Mah? In fondo ciò che è accaduto in questi giorni la si può ben definire una sublime apoteosi della dismisura. Comincio col credere seriamente che l'educazione alla cittadinanza sia urgente. Ma la vedo molto dura. E non sarà sufficiente impartirla a scuola. Nel frattempo mi permetto di immaginare alcuni (scontati) titoli che mai appariranno sui media caserecci:
La macchina propagandistica del sistema nazional-popolare gira a pieno Regime./ La sindrome nazionalista ha toccato il suo apice. Speriamo sia l'apice./ L'oppio dei popoli ha mostrato i muscoli, e anche di peggio./ Redazioni sportive all’attacco: un rito pentecostale?/ Un weekend all'insegna delle iperboli da combattimento./ Sport, spropositi, sproloqui e miserie collettive: mai così vicini.
PS. Firmato: Sportivamente Svizzero e (un po' meno) fiero di esserlo. ;-)
Uela diceretria! Hai toccato un ("il") punctum dolens. Già Marx disse
-grosso modo- che lo sport è una sovrastruttura ideologica ("un modello
paradigmatico") che abitua già da piccoli alla competizione (vinca il
"migliore") e al gregariato (celebrare il più "forte") alla alienazione
(ti "estranea" dal quotidiano) e all'acclamazione degli "eroi" (il mito
delle divinità e delle figure carismatiche). “I nostri eroi sono tornati
a casa”, mi sembra di aver letto in questi giorni. Il tutto nascosto
dietro la retorica della fratellanza tra i "campioni". Oggi sappiamo
(oltreMarx) che lo sport-spettacolo si regge su investimenti
miliardari, è diretto da personaggi non sempre trasparenti, idealizza
una realtà fasulla (calciatori e veline). Altro discorso è (sarebbe)
l'attività sportiva non competitiva, il correre nei boschi, il nuotare
nel lago, lo sciare in montagna. Dovresti scendere (o salire!) in una
scala di valori gerarchicamente diversa. Ma anche qui ormai parrebbe
incombere il modello imitativo-competitivo.
Mi permetto di aggiungere due considerazioni anche per sollevarci dalla monotona e (in questa sede) sterile diatriba mediorientale. La strumentalizzazione dello sport è sempre stata un fiore all'occhiello dei sistemi autoritari. Lo sport diventa l’arena dove i cittadini posso trasferire le loro passioni nazionaliste. La squadra "nazione" assume la figura di sostituzione della Patria: di ogni soggettiva immagine che si ha della stessa. I sistemi autoritari del novecento utilizzavano con astuzia lo sport nazionale per canalizzare e consolidare la loro autorità, per rivendicare l'unicità nazionale. "Quando la bandiera nazionale viene issata sull'asta più alta dello stadio e si ascolta l'Inno nazionale la moltitudine prova un'emozione estetica di unità e di compattezza." Suggerivano i testi propagandistici fascisti. Un delirio. La folla va in delirio! Si diceva... nel novecento. E nel duemila? Nel duemila c'è chi ancora tenta di approfittare della distrazione democratica, per riproporre gli stessi deliranti modelli.