Pubblicato nel sito “Avventura e libertà”
http://anarchiagene.blogspot.it
per gentile concessione
La decadenza la si avverte nitida quando l’immaginazione non c’è più, come se una promettente nebbia svaporasse su un paesaggio rinsecchito. Un uomo è vecchio quando cessa di progettare altri giorni e altri luoghi. La politica è finita quando i suoi attori si impegnano a conservare l’esistente per se stessi, invece di identificare mondi per tutti. Una società è morente quando non si arricchisce più di linfa fresca, diversa, sconosciuta, bruciante. La cultura è omologazione quando perde la genialità antropologica che scuote le coscienze, percorrendo invece solo strade utili. La scienza inaridisce quando la ricerca è condizionata alle esigenze di mercato.
Siamo stati condotti, come genere umano, in un reticolato di fognature, dove la vita consiste nella ricerca immediata di cibo, di luce, di spazio a scapito degli altri, dove i più deboli vengono sbattuti a terra e dimenticati. In queste fognature, regnano i capi, che si riconoscono dai beni che possiedono, beni sottratti con la forza e con l’inganno. I capi hanno la possibilità di elargire una parte infima di questi beni a coloro che si fanno loro servi per pura convenienza. Questi servi, in cambio di un po’ di spazio, luce e cibo, fanno applicare le leggi dettate dai capi, con ancora maggiore solerzia di quanto saprebbero fare i capi stessi. In queste fognature dove ci siamo ridotti a vivere la solidarietà è morta, esistono solo cani che muovono la coda per qualcosa. Chi sta a mezza strada tra i capi e i derelitti muore di paura: paura di finire nelle retrovie e paura di incorrere nelle ire di chi comanda. Quindi, è logico, diventano servi del potere anche se non potranno mai accedere a beni diretti, pur se la speranza di trovare briciole li porta a eliminare concorrenti e a denunciare chi lede l’onore dei più forti.
Ormai, le risorse sono poche e le fognature piene di umanità accecata e prona. Ogni tanto, ogni quattro anni, ci sono finte elezioni, con gli stessi candidati e gli stessi partiti e le stesse parole. In un posto chiamato Ticino, che è una fognatura piccola e particolarmente assoggettata, si terrà tra poco una di queste elezioni, per la quale è proposto perfino un candidato morto, il quale, anche da morto, riesce meglio di molti vivi a imbonire le masse. Masse che sono davvero contente di poter dare un voto a un brandello di memoria.
In questo braccio di fognatura chiamato Ticino, gli orizzonti sono spariti, del passato non si ricorda nulla perché i vecchi sono sempre vecchi e dimentichi, e i giovani sono vecchi senza che lo sappiano. Quasi nulla più si muove, gli strumenti musicali sono zittiti, non ci sono penne libere per scrivere, i pennelli sono sgretolati e i colori disseccati. Ci sono giornali, è vero, e televisioni e radio, ma parlano del tempo, di un nuovo capo religioso al quale portare sommo rispetto, di strade intasate e di soldi da trovare.
Non è detto che tutto sia perduto, forse basterebbe risalire un condotto, aprire un tombino, uscire in strada e scappare dopo aver richiuso quel tombino sulle teste di chi dice no alla libertà, no all’aria aperta, no all’ignoto, no alla vita. Ma chi lo trova quel condotto, quel tombino? Non certo i capi e i servi e tutti quelli descritti prima. Servono uomini nuovi, né capi né schiavi. Cerchiamoli.
Giorgio Genetelli
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