Le elezioni comunali di Lugano sono state un grande e ben organizzato “gioco mediatico”. Due candidati, Borradori e Giudici, e non due idee o programmi attribuibili ai partiti o alle aree di rappresentanza. Un’elezione del tutto “italiana”, quindi, o addirittura di stampo berlusconiano.
I media nostrani hanno offerto le briciole agli altri partiti, e questo riguarda anche i partiti che siedono nel governo ticinese, ossia il PS e il PPD. Sarebbe interessante avere il dato dei “passaggi” televisivi e mediatici in generale offerti a Borradori e Giudici dai media nostrani e anche dal servizio pubblico della Rsi rispetto a quelli messi a disposizione dei loro competitori politici.
I temi politici della campagna per le comunali sono usciti molto “schiacciati” da questa polarizzazione mediatica. Si dibatteva più che altro sulla simpatia, sulla “vecchiaia” e sul linguaggio dei due candidati principali e su pochi progetti legati alla città senza che ci si occupasse dei problemi concreti dei cittadini luganesi. I problemi del lavoro, innanzitutto, con l’arrivo incondizionato di mano d’opera frontaliera non solo laddove essa è indubbiamente necessaria, ma soprattutto in un’ottica di concorrenza verso la manodopera locale (vedi salari bassissimi accettati dai frontalieri e improponibili per i residenti, con chiara preferenza verso la manodopera frontaliera da parte dell’imprenditoria locale).
Detto questo, ormai è chiaro che chi fa politica deve prendere in serio esame un modo di comunicare adatto ai tempi. E qui veniamo all’analisi politica in senso stretto: il partito o movimento che dir si voglia che ha stravinto a Lugano è infatti un’entità prettamente mediatica che si basa sulle esternazioni di un domenicale gratuito e di un sito molto cliccato (esternazioni poi riprese da tutti gli altri media). I suoi politici, anche quelli eletti in Municipio a Lugano, non rifuggono dall’ambizione di trasformarsi in buoni amministratori, ma con la chiara consapevolezza che il loro presente e avvenire politico è legato esclusivamente all’immagine di sé che offrono al pubblico.
Da questo punto di vista, le critiche sul versante comunicazionale agli altri partiti sono inevitabili. La voglia di “buonismo” e di “serietà” in presenza di un competitore, come la Lega, aggressivo e ipermediatizzato, è addirittura patetica. Agli elettori-spettatori i programmi dei partiti – l’ho potuto constatare personalmente – interessano ormai poco o punto, non vengono letti, considerati né capiti, mentre ci si concentra sulla figura personale, sull’abilità della parlata e dei gesti e su quel certo “fascino” che accompagna ogni esibizione pubblica.
E allora, le elezioni di Lugano, simbolicamente con la vittoria della Lega, rappresentano la fine di una politica – almeno a livello cantonale – tradizionale basata su un dibattito ideologico o legato alle competenze nell’ambito delle numerose problematiche con cui è confrontata la cittadinanza?
Sì e no, dato che, sulle “ceneri” di un risultato politico “magrolino” un partito come il PS sta ripensando un “progetto per Lugano” – ancora in fasce – che coinvolga maggiormente, su temi “esistenziali” quali quello del lavoro, dell’abitare e dell’ecologia la cittadinanza in modo da tenere costantemente informato chi poi decide concretamente col voto le compagini dirigenti della città sui problemi quotidiani e sulle relative soluzioni proposte, al di là di ogni politica “simbolica”, quella tanto per parlare chiaro dei “nemici”, degli “invasori” e degli “stranieri più o meno criminali”.
Sergio Roic
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