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Zero Dark Thirty : alla fine Bin Laden muore ma non è la cosa più importante

Ancora una volta la realizzatrice Kathryn Bigelow e il suo scenarista Mark Boal offrono un film sul senso dell’azione individuale e sui suoi limiti, sino alle frange della follia, di fronte a una situazione storica di conflitto.

Cosa racconta Zero Dark Thirty? La risposta è evidente : la caccia a Osama Bin Laden da parte degli agenti della CIA, sino alla localizzazione del fondatore di al Qaeda, l’assalto alla sua residenza in Pakistan. Ma c’è altro.
Sarebbe abusivo parlare di pretesto a proposito di un processo in cui almeno i due eventi che li delimitano, gli attentati del 11 settembre 2001 e il raid del Navy Seals il 2 maggio 2011, sono stati fra i più mediatici della storia dell’informazione.
Il film non tratta questi avvenimenti con disinvoltura, ma si iscrive chiaramente nel segno del trauma emotivo che per gli americani è stata la distruzione del World Trade Center e dà una rappresentazione d’impatto e dettagliata dell’assalto delle forze speciali alla residenza di Abbottabad, in Pakistan, che si conclude con la morte di Bin Laden.

L’essenziale del film, consacrato al processo che ha permesso di raggiungere questo risultato racconta ben di più.
La realizzatrice Kathryn Bigelow e il suo scenarista Mark Boal hanno concepito la narrazione della caccia durata dieci anni cercando di restare fedeli ai fatti, strutturandoli attorno al personaggio centrale e raccontando più dell’avvicendamento degli eventi.
Il personaggio centrale, Maya, è interpretato da Jessica Chastain e si ispira a un’impiegata della CIA che effettivamente ha avuto un ruolo importante nella localizzazione di Osama Bin Laden.
Importanza viene data a quello che si costruisce grazie e attorno a Maya, il senso dell’azione individuale e i suoi limiti, sino alle frange della follia di fronte a una situazione storica di conflitto. Uno schema drammatico classico ma rafforzato da un trattamento spettacolare e senza fronzoli, iscritto in crisi contemporanee che ancora bruciano.
Maya segue il percorso di una disumanizzazione che ne fa un agente puro al servizio del compito al quale si è consacrata. Quando termina l’azione alla quale si è votata, Maya si ritrova svuotata, senza motivo d’essere né alcuna prospettiva.

Questo processo di disumanizzazione al servizio del compimento di una missione che appare perfettamente legittima – impedire attentati, eliminare il capo nemico – s’interroga sull’idea di guerra giusta, di costruzione della legittimità di una iniziativa violenta in nome del suo scopo.
L’interrogazione è rinforzata dal carattere esplicito della descrizione di quel che accade, l’estrema violenza e la paura di cosa genererà la resistenza all’invasione americana in Irak, il ricorso sistematico alla tortura da parte degli agenti della sicurezza americana.
Kathryn Bigelow non emette alcun giudizio morale, accontentandosi di rifiutare di descrivere le azioni di guerra come esercizi eroici condotti in maniera grandiosa.
Malgrado lo svolgimento inesorabile delle operazioni, che ha portato al successo della missione, Zero Dark Thirty non è un film trionfalistico.
Questo vale anche per il raid delle forze speciali che conclude il film. Il raid è mostrato con l’evidente intenzione di disturbare le abitudini degli spettatori, soprattutto attraverso la riproduzione degli apparecchi per la visione notturna e la loro immagine verdastra, nulla a che vedere con l’abituale showdown pirotecnico e vittorioso.
Bigelow tratta i suoi protagonisti, i militari dei Navy Seals, con rispetto e anche con ammirazione, ma non li trasforma in eroi cavallereschi.

La pellicola finisce “bene” ma si vede che non si tratta di una vera fine e che il “bene” in questione è quanto più vi è di relativo, quasi fortuito.
La situazione in Irak on nella zona Afghanistan-Pakistan è un inferno incontrollabile, queste due regioni saranno il terreno delle disfatte americane, non come era accaduto in Vietnam, ma attraverso manovre torbide, ritiri più o meno parziali, vergognose e ipocrite formule diplomatiche.
La forza dei film di Kathryn Bigelow è data dalla sua capacità di farsi carico di questa situazione, questa sconfitta fatta di una successione di episodi apparentemente vittoriosi, caratteristici di guerre asimmetriche che le grandi potenze non sanno condurre.

(Fonte : Slate.fr)

Redazione

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