Per decenza e correttezza verso quei cittadini che vi hanno sempre onorato con il voto. Non ha più alcun senso esistere.
Il motivo? Semplice: l’asse strategico del vostro programma è tutelare e possibilmente estendere la politica sociale dello stato che, dato non secondario, è tutt’altro che socialista.
In questo scenario il sistema dei servizi sociali è tutto teso ad attutire (se non mascherare o nascondere) finché è possibile le dispute e le tensioni che affiorano fra le classi subalterne della società. Appurato che le contrapposizioni sociali trovano principalmente la loro origine nella produzione di beni e merci – tensioni fra operai e impiegati, sfruttati e sfruttatori, fra garantiti e disoccupati – è lampante che la politica sociale non sia funzionale a neutralizzare i contrasti della società.
Se la politica sociale è a volte descritta come “socialista” è in base a un’etimologia popolare che si basa su una cattiva interpretazione di questo termine. In realtà la politica sociale è, storicamente, l’opposto del socialismo: è nata come un mezzo per combattere il socialismo, attenuando gli eccessi più marchiani del capitalismo e sopprimendo le basi su cui si basano i socialisti per mobilitare le masse. Vi hanno appaltato parte di una loro struttura (lo Stato) per avere campo libero sulla produzione e sulla finanza.
In due parole lavorate per gli altri, quelli al comando dell’economia e dei mercati. Quante volte abbiamo sentito i vostri dirigenti dichiarare convinti che la difesa della dignità dei salariati non deve pregiudicare il diritto delle aziende di fare utili? Una delle conseguenze di questo bel pensierino è l’irresistibile ascesa dei premi delle casse malati. Rimedio proposto: cassa malati pubblica come nuovo partner di quelle private che, ovviamente, resterebbero tali pappandosi il business delle assicurazioni complementari e aumento dei sussidi ai meno abbienti.
E se invece i sussidi li togliessimo? Se lasciassimo “soli soletti” i signori della finanza “scassamalati” a spiegare agli assicurati perché i loro premi sono diventati in poco tempo insopportabili? No, eh? Sarebbe un casino! Salterebbe tutto il gentlemen agreement con i colleghi degli altri partiti che tanto ha dato (a chi, lo vorrei proprio sapere!) per lunghi, interminabili anni. Su altri temi non mi dilungo se non per dire che nella cosiddetta società civile non avete aggiunto una parola in più di quanto abbiano fatto (spesso meglio di voi) la Croce Rossa e la dottrina sociale della Chiesa.
Sciogliete dunque il partito e andate (oltre che a lavorare sul serio) a rimpolpare i due filoni storici della politica cantonale e federale: il radicalismo laico-liberale e il cooperativismo cattolico. Sarete accolti a braccia aperte. Per i tre o quattro “cavalli” che sceglieranno di restare a sinistra la vedo dura; non è detto che il variegato arcipelago antagonista dia loro ospitale accoglienza. Sinceri ringraziamenti arriveranno invece, per la prima e ultima volta, dal plotone degli innominabili, quelli della rivoluzione “sempre all’ordine del giorno”, dell’assalto al quartier generale, per il passo importante compiuto in favore della presa di coscienza del proletariato nazionale.
Carlo Curti, Lugano
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Provocazione stimolante, ma un po’ confusa. Anche quando l'autore afferma che "le contrapposizioni sociali trovano la loro origine nella produzione di beni e merci", ciò è vero in parte. La ricchezza si crea con il lavoro della mano d'opera e con l'iniziativa, il rischio, l'investimento diciamo "padronale". In diversa misura questa ricchezza appartiene alle due componenti che la creano. Da una parte il datore di lavoro che ha un beneficio (plusvalore) e dall'altra il salariato, appunto, che attraverso il salario riceve una parte della ricchezza prodotta. Dove si collocavano allora il senso, la giustificazione, le finalità dei primi movimenti operai "socialisti"? A mio parere nel cercare di ottenere attraverso le lotte sindacali, un maggior ascolto, un maggior peso e quindi una percentuale maggiore della ricchezza prodotta. Oggi disponiamo degli strumenti politici e culturali sufficienti per capire quanto di questa lotta sia o non sia servita ad elevare la forza contrattuale del lavoratore di allora. Ma sappiamo pure che oggi i termini del "conflitto" sono fortemente cambiati. Se il "socialismo" attuale non gode di buona salute sarà anche perché gli schemi delle lotte operaie di allora non sono più rintracciabili. Nell'articolato campo della sinistra resterebbero tuttavia intatte le diverse teorie etiche, contrattualistiche e volontaristiche dell'obbligo politico, quindi lo Stato laico come struttura consapevole e volontaria e l'obbedienza civica come conseguenza di un atto di partecipazione attiva. Apparterrebbero al campo opposto le teorie individualiste, patrimonialistiche, libertarie e teocratiche. Per semplificare al massimo e seguendo gli schemi del novecento, il cittadino di sinistra (socialista?) dovrebbe identificarsi, con gli interessi della componente dipendente, lavoratrice, salariata. Ma sappiamo pure che ciò è vero in parte, perché nel discorso produttivo attuale gli aspetti puramente economici "classici" sono stati deformati da una serie di pesanti distorsioni, probabilmente innescate dalla finanza mondializzata. Quindi, ha ancora senso essere "socialisti"? In senso concettuale probabilmente sì. E molti, forse inconsapevolmente, lo sono: quelli che Dicolamia definirebbe come “socialisti di ogni partito”. In senso politico (pratico), invece dipende infatti, in che misura i vari partiti "socialisti" interpretano la difesa della componente "produttiva" della ricchezza. Direi di più, la questione sta nel in grado di capacità e di risorse messe in campo per difendere gli interessi dei lavoratori. Per C. Curti (che non conosco) la credibilità della "sinistra" si è persa allorquando i socialisti si sono "venduti" per "appaltarsi" lo Stato. Operazione indotta, si presume (in un diabolico "inciucio") dalle lobby economiche e finanziarie. In altre parole: noi vi cediamo lo Stato (e la conseguente questione della "ridistribuzione della ricchezza prodotta") e voi ci lasciate le mani libere. Bisognerebbe indagare in quale misura ciò sia realmente avvenuto e verificare il reale scarto di significato tra "socialismo" in senso lato: storico, epico, ideologico, filosofico e il “socialismo dei partiti” nel senso pratico, secolare, politico. Insomma il distacco tra il "dire" e il "fare", magari restringendo ulteriormente l'analisi, per focalizzarla, perché no, sull'attuale Partito Socialista Ticinese. Potrebbero probabilmente sorgere delle delle differenze sostanziali.