Restate a casa, non sconvolgete la vostra vita. E’ un appello sincero, fatto col cuore, per
nulla assimilabile al “nano- pensiero” da cui mi separano distanze siberiane.
Non abbandonate le vostre radici, la storia e gli affetti per un piatto invitante o qualche euro in più. Ogni tanto vi incrocio per strada e, senza parlarvi, capisco da quanto tempo siete da noi.
Chi è appena arrivato ha un portamento fiero, sguardo fermo e andatura leggera come se avesse ancora negli occhi la savana, i picchi andini o le foreste tropicali.
Raramente passeggia da solo, gesticola e commenta ciò che vede ad alta voce, fa gruppo, mangia sul piatto in comune spiluccando a turno con le mani, anche nei ritrovi pubblici.
Vuole conoscere, capire più in fretta possibile se è valsa la pena fare il viaggio, impegnare tutto ciò che aveva.
Non è venuto per metter radici, per diventare uno di noi; è arrivato perché una situazione d’emergenza (politica, etnica, economica) l’ha costretto; all’orizzonte c’è ancora il suo paese, da cambiare, da migliorare.
Il lavoro è importante sì ma non a tutti i costi, va di pari passo con la dignità e la consapevolezza dei propri diritti. Vi vorrebbero forza lavoro muta, a costo ridicolo e soprattutto mobile; oggi sì, domani forse, dopodomani chissà.
Perché il giochetto è sempre lo stesso; capitò a mio padre, immigrato a quarant’anni per un lavoro che non riuscì a portare sulla soglia del pensionamento; succederà più facilmente a voi con questi chiari di luna spazzati da un vento impietoso e rapace.
Restate a casa, lottate lì per cambiare le cose, non fate come i giovanotti latino-americani che arrivarono negli anni settanta con il sangue agli occhi per ritrovarsi, dopo pochi anni, innocui e sbiaditi socialdemocratici che, se mi consentite, è il peggio del peggio.
Non seguite l’esempio di migliaia di italiani, iberici, kosovari, slavi la cui unica soddisfazione resta quella di presentarsi al paese con la macchina di tendenza o i fondi per riattare la casa nella quale faranno sporadiche presenze e invecchieranno da soli perché i figli, cresciuti e maturati altrove, del paese d’origine non gliene frega niente.
Carlo Curti, Lugano
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Il cliché proposto dal Curti è il classico "sputare nel piatto dove si mangia" ben evidenziato e messo in opera dalla maggioranza dei frontalieri in colletto bianco. Gli operai sono molto più riconoscenti verso la nazione che gli assicura un lavoro ben retribuito (salvo regola e padroncini ....italiani).
Ch è costui?
Un prete mancato? :wink: