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Adesione all’ONU dello Stato palestinese, tra rischi e speranze

Fra oggi e venerdì 23 settembre alle Nazioni Unite si discute della richiesta di adesione dello Stato palestinese. La domanda verrà formalmente presentata venerdì all’Assemblea generale da Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità palestinese.

In questo dossier Abbas non agisce come presidente dell’Autorità palestinese ma come presidente dell’OLP, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina che rappresenta gli interessi palestinesi all’estero.
La maggior parte dei palestinesi desidera uno Stato basato sulle frontiere del 4 giugno 1967, prima della Guerra dei sei giorni : ne sarebbero incluse la Striscia di Gaza, la Cisgiordania (oggi parzialmente occupata da Israele) e Gerusalemme est (anche parzialmente sotto controllo israeliano), che ne diverrebbe la capitale.

Abbas aveva deciso di presentare questa domanda d’adesione a causa del protrarsi del blocco dei negoziati di pace con Israele e per il rifiuto dello Stato ebraico di porre fine agli insediamenti di coloni in Cisgiordania.
Quando, all’inizio dell’estate, aveva annunciato la sua intenzione di andare sino alle Nazioni Unite lo aveva fatto più che altro nella speranza di cambiare la situazione. Cosa che invece non è avvenuta e oggi Abbas si trova obbligato, di fronte all’opinione pubblica, ad andare sino in fondo.
Stando ai sondaggi, quasi l’85% dei palestinesi è favorevole alla domanda di adesione, pur rimanendo cosciente che non risolverà i problemi con Israele. Se l’adesione verrà riconosciuta, la Palestina diventerà il 194esimo Stato membro delle Nazioni Unite.

La domanda presentata al Consiglio di Sicurezza deve ottenere l’approvazione di almeno 9 dei 15 paesi membri del Consiglio.
Il voto comporta importanti risvolti diplomatici. Gli Stati Uniti si oppongono al riconoscimento formale se questo non è stato concordato con Israele. Hanno fatto sapere che apporranno il loro veto, il che pone il presidente Obama in una situazione di disagio. Lo scorso anno aveva infatti dichiarato di desiderare l’entrata alle Nazioni Unite dello Stato palestinese il più rapidamente possibile, ovviamente dopo i colloqui del caso con il governo di Tel Aviv. Se Obama opporrà il suo veto resterà sicuramente in buoni rapporti con Israele ma vedrà deteriorarsi le relazioni con i paesi arabi.

Una divisione è attesa anche fra i paesi dell’Unione europea. Ufficialmente l’UE sostiene le aspirazioni palestinesi, ma a condizione di accordi presi con Israele. Irlanda e Spagna sono favorevoli all’adesione. La Francia non ha ancora deciso come votare, così come la Germania e la Gran Bretagna. L’Italia ha espresso parere contrario.
Fra i probabili scenari quello più quotato è che l’Assemblea generale dell’ONU adotti una risoluzione che riconosca la Palestina come Stato non membro ma con uno statuto di osservatore permanente, come è il caso ad esempio per l’Unione europea.
Frattanto l’ufficio del premier israeliano ha fatto sapere che Benyamin Netanyahoi chiede di poter incontrare Mahmoud Abbas a New York, a margine dei colloqui per avviare negoziati diretti con Tel Aviv. Negoziati che proseguirebbero poi a Gerusalemme e a Ramallah.

Redazione

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  • Ad evidenziare l'efficienza a senso unico dell'ONU, questa congrega del piffero intende stabilire in modo unilaterale e senza nessuna seria trattativa con Israele, il riconoscimento della Palestina quale Stato.
    Sarebbe stato molto più corretto che la Palestina invocasse pure il riconoscimento reciproco dei due Stati (Palestina e Israele), altrimenti si da spazio a eventi di guerra innescati dalla "primavera araba" ed alimentati da Turchia Iran e Siria, unitamente alle incertezze croniche europee (tanto per cambiare!).

  • Ad evidenziare l'efficienza a senso unico dell'ONU, questa congrega del piffero intende stabilire in modo unilaterale e senza nessuna seria trattativa con Israele, il riconoscimento della Palestina quale Stato.
    Sarebbe stato molto più corretto che la Palestina invocasse pure il riconoscimento reciproco dei due Stati (Palestina e Israele), altrimenti si da spazio a eventi di guerra innescati dalla "primavera araba" ed alimentati da Turchia Iran e Siria, unitamente alle incertezze croniche europee (tanto per cambiare!).

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