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Economia USA. Gigante dai piedi d’argilla – Marco Magistra

Gli Stati Uniti stanno soccombendo ad un pesantissimo debito pubblico. La situazione potrebbe essere giunta al punto di non ritorno a causa di fattori aggravanti, tra i quali spiccano l’indebitamento privato, con milioni di famiglie che sprofondano nella povertà, il folle consumo energetico (il consumo globale negli USA supera di sette volte quello europeo), un’insufficiente redditività produttiva e una spesa pubblica divenuta da tempo insostenibile.
Questa è la conseguenza della politica di fuga in avanti consapevolmente avviata 30 anni or sono da Ronald Reagan. Una politica che non a caso è chiamata Reagonomics e che è stata attuata anche dai suoi successori, chi più chi meno.
In nome di questa politica, gli Stati Uniti hanno favorito una crescita economica incentivata da grandi sconti fiscali ai ceti superiori e sovvenzionata tramite l’indebitamento pubblico.

A causa di una strisciante sovrapproduzione, negli ultimi anni è venuta a mancare la politica di favorire i ricchi e i potenti in cambio della creazione di posti di lavoro. Prontamente, sciacalli e avvoltoi di turno hanno avviato operazioni che speculavano sulla caduta dei mercati più deboli. Si è operato sulla creazione e sul successivo scoppio di bolle (la più nota è stata quella immobiliare), dando un durissimo colpo finanziario e morale al sistema e rivelandone l’avanzato stato di indebolimento.
A questo punto, il gigante americano ha usato in maniera crescente le sue tre potenti agenzie di rating per indebolire il sistema economico europeo tramite il declassamento della nota di singole nazioni e banche.
La disperazione ha reso talmente ciechi gli Stati Uniti al punto da non vedere l’importanza di avere e sostenere un partner europeo forte e stabile.

Le manovre di Congresso e Senato per il recente aumento del tetto del debito pubblico possono essere interpretate come l’aver capito che continuare a percorrere la stessa via non migliorerà la situazione, ma servirà solo a rimandare le soluzioni e a peggiorare le conseguenze del ritardo nel varare misure di vero risanamento.
Nella vicenda del debito pubblico, i deputati repubblicani e democratici non sono riusciti a nascondere la cruda realtà: da tempo le ideologie hanno perso valore e contano solo le eminenze grigie che si nascondono dietro i partiti.
Le vere mani del potere, che però questa volta non hanno potuto scaricare la loro immondizia nel giardino di qualche vicino e di conseguenza il 2 agosto scorso si è dovuto ricorrere ad un accordo di facciata.

Il recente declassamento della nota degli Stati Uniti da parte di Standard & Poor’s ha il sapore di una ripicca politica. La reazione stizzita della Casa Bianca non ha certo giovato alla credibilità del presidente Obama e il suo discorso tra il temerario e l’angosciato su come “gli Stati Uniti sono e rimangono una nazione AAA” è parso il latrato di un lupo ferito.
Gli Stati Uniti sembrano essere sempre più vicini all’insolvenza. Uno scenario spaventoso dove l’unica via d’uscita potrebbe essere un’economia globale non più orientata ai profitti e ai privilegi.

Marco Magistra

Redazione

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  • I ricchi non sono stati nemmeno costretti a dover ammettere ufficialmente che la "loro" ricchezza non la vogliono dividere con nessuno, tantomento con lo Stato. Il capitale è mio e me lo gestisco io. Partono dal presupposto che il mondo vada bene così, diviso in due parti nette e distinte: quelli che non hanno bisogno dei servizi dello Stato perché si possono comprare tutto, e quelli che devono arrangiarsi con lo Stato per avere dei servizi, ma se li devono pagare con i loro soldi. I primi sono lieti di usare il loro denaro unicamente per il miglioramento delle enclavi in cui si sono rinchiusi (gated communities, un mondo tutto loro, lontano dalle preoccupazioni delle persone comuni) e quindi avere le scuole private di alto livello, una polizia privata, altri servizi riservati di interesse specifico, liberandosi così dall'obbligo di contribuire alle finanze pubbliche, fino al limite dell'evasione fiscale. Per poterlo fare devono riuscire a convincere la gente "fuori", la maggioranza, che lo Stato costa ed è inutile, che favorisce il parassitismo, che viene gabbato dai furbastri nullafacenti e via di questo passo. C'è chi parrebbe crederci, probabilmente soggiogati dalla sindrome "della servitù volontaria" così ben descritta dall'intrigante discorso di La Boétie. Per cui ridicolizzano i servizi che ricevono dallo Stato, detestano ogni riflessione che metta in dubbio certezze indotte, fanno proprie ideologie che difendono i privilegi dei pochi, sentono odor di socialismo in ogni parola critica, sostengono insomma un perenne e fratricida conflitto tra subordinati. Una vera sottomissione nei confronti di chi ha i soldi. Infatti uno degli aspetti più sconcertanti dell'essere umano è la infantile convinzione di non essere responsabile delle conseguenze delle proprie scelte, e con disinvolta superficialità troppo spesso attribuiamo alla volontà del "fato" il disastroso esito delle nostre azioni.

    • La parola "crisi" è stata coniata per designare l'istante in cui si ragiona prima di prendere delle decisioni. Alle sue origini la parola era molto più vicina al termine "criterio che applichiamo per prendere una decisione”, piuttosto che alla famiglia di parole associate a "disastro" o "catastrofe", nella quale oggi tendiamo a collocarla. Il senso iniziale del termine "crisi", quello di momento in cui si decide di imprimere una svolta agli eventi ancora sopravvive. Ma è in particolare nel linguaggio quotidiano, che la parola fa venire in mente la situazione opposta: uno stato di incertezza, irresolutezza, l'impossibilità di decisione. Applichiamola ora al contesto contemporaneo: crisi dell'euro, crisi del dollaro, crisi dei mercati, la Svizzera in crisi, crisi del lavoro... Non sappiamo come andranno a finire le cose. Nello stato di crisi le cose ci sfuggono di mano, non controlliamo il flusso degli eventi, possiamo tuttavia tentare di trovare una via d'uscita con la speranza che, alla fine, possa uscirne qualcosa di buono. Direi che siamo nel giusto periodo nel quale alla parola crisi debba essere restituito il suo significato "originario".

  • I ricchi non sono stati nemmeno costretti a dover ammettere ufficialmente che la "loro" ricchezza non la vogliono dividere con nessuno, tantomento con lo Stato. Il capitale è mio e me lo gestisco io. Partono dal presupposto che il mondo vada bene così, diviso in due parti nette e distinte: quelli che non hanno bisogno dei servizi dello Stato perché si possono comprare tutto, e quelli che devono arrangiarsi con lo Stato per avere dei servizi, ma se li devono pagare con i loro soldi. I primi sono lieti di usare il loro denaro unicamente per il miglioramento delle enclavi in cui si sono rinchiusi (gated communities, un mondo tutto loro, lontano dalle preoccupazioni delle persone comuni) e quindi avere le scuole private di alto livello, una polizia privata, altri servizi riservati di interesse specifico, liberandosi così dall'obbligo di contribuire alle finanze pubbliche, fino al limite dell'evasione fiscale. Per poterlo fare devono riuscire a convincere la gente "fuori", la maggioranza, che lo Stato costa ed è inutile, che favorisce il parassitismo, che viene gabbato dai furbastri nullafacenti e via di questo passo. C'è chi parrebbe crederci, probabilmente soggiogati dalla sindrome "della servitù volontaria" così ben descritta dall'intrigante discorso di La Boétie. Per cui ridicolizzano i servizi che ricevono dallo Stato, detestano ogni riflessione che metta in dubbio certezze indotte, fanno proprie ideologie che difendono i privilegi dei pochi, sentono odor di socialismo in ogni parola critica, sostengono insomma un perenne e fratricida conflitto tra subordinati. Una vera sottomissione nei confronti di chi ha i soldi. Infatti uno degli aspetti più sconcertanti dell'essere umano è la infantile convinzione di non essere responsabile delle conseguenze delle proprie scelte, e con disinvolta superficialità troppo spesso attribuiamo alla volontà del "fato" il disastroso esito delle nostre azioni.

    • La parola "crisi" è stata coniata per designare l'istante in cui si ragiona prima di prendere delle decisioni. Alle sue origini la parola era molto più vicina al termine "criterio che applichiamo per prendere una decisione”, piuttosto che alla famiglia di parole associate a "disastro" o "catastrofe", nella quale oggi tendiamo a collocarla. Il senso iniziale del termine "crisi", quello di momento in cui si decide di imprimere una svolta agli eventi ancora sopravvive. Ma è in particolare nel linguaggio quotidiano, che la parola fa venire in mente la situazione opposta: uno stato di incertezza, irresolutezza, l'impossibilità di decisione. Applichiamola ora al contesto contemporaneo: crisi dell'euro, crisi del dollaro, crisi dei mercati, la Svizzera in crisi, crisi del lavoro... Non sappiamo come andranno a finire le cose. Nello stato di crisi le cose ci sfuggono di mano, non controlliamo il flusso degli eventi, possiamo tuttavia tentare di trovare una via d'uscita con la speranza che, alla fine, possa uscirne qualcosa di buono. Direi che siamo nel giusto periodo nel quale alla parola crisi debba essere restituito il suo significato "originario".

  • Ma questa irresponsabilità è tipica del pensiero SOCIALISTA!

    Sono un ladro, un assassino, uno spacciatore di stupefacenti,
    uno stupratore? Che importa?

    LA COLPA È DELLA SOCIETÀ.

    • Caro JtR non capisco il tuo "ripping" relativo alla presunta "irresponsabilità tipica del pensiero socialista (!)" come tu affermi. Caso mai, oltreoceano, i “progressisti” vengono definiti "democratici". Poi l'intervento di M.M. si riferisce chiaramente a delle responsabilità di ordine finanziario che hanno generato la "crisi" economica globalizzata. E le (ir)responsabilità, non lo dicono solo l'articolo in questione, "sator" o tre o quattro altri stralunati, sono chiaramente identificabili con le strategie liberiste iniziate negli anni ottanta. :wink:

      • In effetti io facevo riferimento alla "irresponsabilità"
        in un senso alquanto generale
        e non specificamente finanziario.

        Ti faccio un esempio alla buona.
        Se un clandestino di etnia XY, ubriaco e fatto di cocaina,
        a bordo di un SUV impazzito, guidando contromano,
        ti falcia e stermina un'intera famiglia,

        un Socialista ti dirà SEMPRE che la colpa è della società,
        chiusa capitalista tentatrice e disumana:

        --- Che gli ha dato il SUV (ev. rubato)
        --- Che gli ha dato il whisky
        --- Che gli ha dato la cocaina
        --- Che NON gli ha insegnato le tabelline

        La strage dimostra IL FALLIMENTO DELLA SOCIETÀ!

  • Ma questa irresponsabilità è tipica del pensiero SOCIALISTA!

    Sono un ladro, un assassino, uno spacciatore di stupefacenti,
    uno stupratore? Che importa?

    LA COLPA È DELLA SOCIETÀ.

    • Caro JtR non capisco il tuo "ripping" relativo alla presunta "irresponsabilità tipica del pensiero socialista (!)" come tu affermi. Caso mai, oltreoceano, i “progressisti” vengono definiti "democratici". Poi l'intervento di M.M. si riferisce chiaramente a delle responsabilità di ordine finanziario che hanno generato la "crisi" economica globalizzata. E le (ir)responsabilità, non lo dicono solo l'articolo in questione, "sator" o tre o quattro altri stralunati, sono chiaramente identificabili con le strategie liberiste iniziate negli anni ottanta. :wink:

      • In effetti io facevo riferimento alla "irresponsabilità"
        in un senso alquanto generale
        e non specificamente finanziario.

        Ti faccio un esempio alla buona.
        Se un clandestino di etnia XY, ubriaco e fatto di cocaina,
        a bordo di un SUV impazzito, guidando contromano,
        ti falcia e stermina un'intera famiglia,

        un Socialista ti dirà SEMPRE che la colpa è della società,
        chiusa capitalista tentatrice e disumana:

        --- Che gli ha dato il SUV (ev. rubato)
        --- Che gli ha dato il whisky
        --- Che gli ha dato la cocaina
        --- Che NON gli ha insegnato le tabelline

        La strage dimostra IL FALLIMENTO DELLA SOCIETÀ!

  • L'articolo di Marco Magistra non mi trova d'accordo in alcuni punti meritevoli di approfondimento, ma, volendo usare la famosa frase "chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoce 'o passato" e volendo concentrarci sul futuro la soluzione da lui prospettata di "un'economia globale non più orientata a profitti e privilegi" la cambierei così "un'economia globale con monete oneste". In questo modo ci sarebbero ancora i profitti, senza i quali le imprese non hanno ragione d'essere, ma non ci sarebbero i privilegi (dei banchieri e dei politici).

    • Condivido pienamente, Dicolamia. In effetti il termine "profitti", seguito da "privilegi", era proprio inteso come "approfittare" piuttosto che "fare utili". Grazie per la precisazione.

  • L'articolo di Marco Magistra non mi trova d'accordo in alcuni punti meritevoli di approfondimento, ma, volendo usare la famosa frase "chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoce 'o passato" e volendo concentrarci sul futuro la soluzione da lui prospettata di "un'economia globale non più orientata a profitti e privilegi" la cambierei così "un'economia globale con monete oneste". In questo modo ci sarebbero ancora i profitti, senza i quali le imprese non hanno ragione d'essere, ma non ci sarebbero i privilegi (dei banchieri e dei politici).

    • Condivido pienamente, Dicolamia. In effetti il termine "profitti", seguito da "privilegi", era proprio inteso come "approfittare" piuttosto che "fare utili". Grazie per la precisazione.

  • La risposta di JtR, essendo fuori contesto, meriterebbe un lungo approfondimento che vi risparmio. Ho apprezzato l'intervento di Marco Magistra, che ringrazio per i suoi "pezzi" interessanti. Tuttavia. Tuttavia da una parte c'è chi vede nelle spese sociali fuori controllo la causa di tutto: lo Stato assistenziale ha mancato i suoi obiettivi. Gli altri ribattono che oggi viene presentato il conto di una sconsiderata e fasulla crescita economica, soprattutto nei paesi anglosassoni, incentivata da sconti fiscali ai ceti superiori e l'aumento incondizionato delle spese belliche (Reaganomics). Big business, otherwise big government. Due ideologie polarizzate. Non se ne esce. Tuttavia due sono anche i dati oggettivi: a) i privilegiati sono una minoranza; b) senza la complicità di una grande maggioranza della società questo non sarebbe stato possibile. Fatte queste premesse è evidente che la minoranza che detiene ricchezza e poteri, lanci appelli sotto la facciata della "libertà individuale" che spinge la gente ad autoconvincersi che la responsabilità sta da una parte sola (lo Stato che spende e spande), appelli che volutamente evitano di fare una giusta, necessaria e corretta distinzione tra Stati, situazioni e contesti. Anzi prendendo a giustificazione quelle realtà dove benestanti e umili notoriamente "usano" lo Stato per tornaconto personale. Ancora ieri sulla stampa "indipendente". Tanto vale allora dichiarare spudoratamente che tutti gli Stati, nostro compreso, sono in balia degli approfittatori e nella coerenza evitare di dare consigli. Ma l'obiettivo è un altro, è quello di spingere la gente a compiere scelte politiche che vadano verso l'annullamento di ogni forma di socialità e di controllo. Questo in sintonia con il sogno di una società dello Stato minimo (senza Stato, qualcuno preferirebbe), una società dove le sfere politica, sociale e culturale sono subordinate alle gerarchie economiche. Oggi viviamo un momento delicato per tutto l'assetto economico del pianeta. La posta in gioco è fondamentale. I mass media hanno scatenato una lotta di posizione che riduce il discorso ad occasioni di abilità manipolatoria. Siamo al culmine di una strategia "bellica" mediatica che eleva la capacità di imporsi sugli altri, l'unico obiettivo del dibattere. Inutile dire che le famose "fallacie" dei sofisti vengono utilizzate alla grande. Anche alle nostre latitudini.

    • A proposito di manipolazioni e balle ecc. ecc.
      sai che cosa disse il GRANDE Reagan
      di un certo candidato, il cui nome non fa storia?

      "Quell'uomo in politica non andrà lontano.
      È INCAPACE DI MENTIRE."

  • La risposta di JtR, essendo fuori contesto, meriterebbe un lungo approfondimento che vi risparmio. Ho apprezzato l'intervento di Marco Magistra, che ringrazio per i suoi "pezzi" interessanti. Tuttavia. Tuttavia da una parte c'è chi vede nelle spese sociali fuori controllo la causa di tutto: lo Stato assistenziale ha mancato i suoi obiettivi. Gli altri ribattono che oggi viene presentato il conto di una sconsiderata e fasulla crescita economica, soprattutto nei paesi anglosassoni, incentivata da sconti fiscali ai ceti superiori e l'aumento incondizionato delle spese belliche (Reaganomics). Big business, otherwise big government. Due ideologie polarizzate. Non se ne esce. Tuttavia due sono anche i dati oggettivi: a) i privilegiati sono una minoranza; b) senza la complicità di una grande maggioranza della società questo non sarebbe stato possibile. Fatte queste premesse è evidente che la minoranza che detiene ricchezza e poteri, lanci appelli sotto la facciata della "libertà individuale" che spinge la gente ad autoconvincersi che la responsabilità sta da una parte sola (lo Stato che spende e spande), appelli che volutamente evitano di fare una giusta, necessaria e corretta distinzione tra Stati, situazioni e contesti. Anzi prendendo a giustificazione quelle realtà dove benestanti e umili notoriamente "usano" lo Stato per tornaconto personale. Ancora ieri sulla stampa "indipendente". Tanto vale allora dichiarare spudoratamente che tutti gli Stati, nostro compreso, sono in balia degli approfittatori e nella coerenza evitare di dare consigli. Ma l'obiettivo è un altro, è quello di spingere la gente a compiere scelte politiche che vadano verso l'annullamento di ogni forma di socialità e di controllo. Questo in sintonia con il sogno di una società dello Stato minimo (senza Stato, qualcuno preferirebbe), una società dove le sfere politica, sociale e culturale sono subordinate alle gerarchie economiche. Oggi viviamo un momento delicato per tutto l'assetto economico del pianeta. La posta in gioco è fondamentale. I mass media hanno scatenato una lotta di posizione che riduce il discorso ad occasioni di abilità manipolatoria. Siamo al culmine di una strategia "bellica" mediatica che eleva la capacità di imporsi sugli altri, l'unico obiettivo del dibattere. Inutile dire che le famose "fallacie" dei sofisti vengono utilizzate alla grande. Anche alle nostre latitudini.

    • A proposito di manipolazioni e balle ecc. ecc.
      sai che cosa disse il GRANDE Reagan
      di un certo candidato, il cui nome non fa storia?

      "Quell'uomo in politica non andrà lontano.
      È INCAPACE DI MENTIRE."

  • Due o tre cose sul... "grande" Ronnie:

    L’economia toccò il punto più basso, con il tasso di disoccupazione a quota 9,7 per cento, nel suo secondo anno alla Casa Bianca, proprio nelle settimane in cui gli americani andavano alle urne per le elezioni di metà mandato.

    Il suo partito ne uscì penalizzato: i repubblicani cedettero 27 seggi alla Camera e un seggio al Senato, dove però riuscirono a conservare la maggioranza.

    Penalizzato dalle elezioni intermedie, Reagan non potè più portare a compimento le sue riforme più radicali promesse in campagna elettorale, apparendo più centrista ed equilibrato, e rassicurando l’ala più moderata degli elettori.

    Così, quando finalmente l’economia riprese il volo, dopo accorgimenti economici meno drastici, gli americani gli diedero fiducia per un secondo mandato.

    Questo fu il tragitto di Reagan, quando si decise ad abbandonare una visione intransigente della “sua” politica economica liberista.

    «La rivoluzione reaganiana arrivava presto a essere un incauto esercizio di economia del pasto gratis. E presto, il gigantesco errore di politica fiscale che veniva scatenato a spese dell'economia nazionale e mondiale diventava insanabile», scriveva nel 1986, 25 anni fa cioè, David Stockman.

    *
    "Il successo è l'abilità di passare da un fallimento all'altro senza perdere l'entusiasmo." Winston Churchill

    *
    httpwww.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-07-28/figlia-reagan-quella-voragine-212304.shtml?uuid=Aadly6rD

  • Due o tre cose sul... "grande" Ronnie:

    L’economia toccò il punto più basso, con il tasso di disoccupazione a quota 9,7 per cento, nel suo secondo anno alla Casa Bianca, proprio nelle settimane in cui gli americani andavano alle urne per le elezioni di metà mandato.

    Il suo partito ne uscì penalizzato: i repubblicani cedettero 27 seggi alla Camera e un seggio al Senato, dove però riuscirono a conservare la maggioranza.

    Penalizzato dalle elezioni intermedie, Reagan non potè più portare a compimento le sue riforme più radicali promesse in campagna elettorale, apparendo più centrista ed equilibrato, e rassicurando l’ala più moderata degli elettori.

    Così, quando finalmente l’economia riprese il volo, dopo accorgimenti economici meno drastici, gli americani gli diedero fiducia per un secondo mandato.

    Questo fu il tragitto di Reagan, quando si decise ad abbandonare una visione intransigente della “sua” politica economica liberista.

    «La rivoluzione reaganiana arrivava presto a essere un incauto esercizio di economia del pasto gratis. E presto, il gigantesco errore di politica fiscale che veniva scatenato a spese dell'economia nazionale e mondiale diventava insanabile», scriveva nel 1986, 25 anni fa cioè, David Stockman.

    *
    "Il successo è l'abilità di passare da un fallimento all'altro senza perdere l'entusiasmo." Winston Churchill

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    httpwww.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-07-28/figlia-reagan-quella-voragine-212304.shtml?uuid=Aadly6rD

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