Egitto, domenica 20 marzo. I fratelli musulmani – che prima delle dimissioni di Mubarak erano politicamente e socialmente al bando dal 1954 – e i “sopravvissuti” del Partito nazionale democratico, la formazione dell’ex presidente Hosni Moubarak hanno vinto il referendum costituzionale.
Una vittoria che per il partito islamista apre la via alle elezioni politiche di settembre e a quelle presidenziali, mettendolo al centro dello scenario politico del paese.
Secondo i dati ufficiali, i Sì hanno vinto con il 77,2% dei voti mentre i No si sono attestati al 22,18%. Altissima la partecipazione, oltre il 90%.
Alla vigilia del voto il No era dato per favorito, anche per la presenza tra i suoi fautori di potenziali candidati alla presidenza come Mohamed el Baradei, ex governatore dell’Aiea a Vienna e Amr Moussa, Segretario generale della Lega Araba.
Gli attivisti del No respingevano le modifiche costituzionali ritenendole insufficienti per promuovere la democrazia e per i tempi troppo stretti della transizione, la quale permetterà agli islamisti e all’ex partito di governo di Moubarak di dominare il Parlamento a spese degli attivisti che hanno guidato la rivolta popolare.
Schierati per il No erano anche i cristiani copti ortodossi, soprattutto per opporsi ai Fratelli musulmani, che premevano per il Sì sostenendo che gli emendamenti contribuiranno ad accelerare la transizione verso un governo civile ed elimineranno l’instabilità che danneggia l’economia.