Dopo la crisi che negli scorsi giorni ha colpito il governo del Libano, nel paese medio orientale la situazione rimane tesa.
Mercoledì mattina gruppi di attivisti del movimento “8 marzo”, guidato dal partito islamico Hezbollah, si sono riuniti in cortei di protesta, subito dispersi dalle forze dell’ordine. Nelle strade della capitale libanese sono stati dispiegati mezzi militari e soldati. Chiuse scuole e università.
Le manifestazioni erano iniziate contemporaneamente all’arrivo a Beirut del ministro degli esteri turco Ahmet Davutoglu e del primo ministro del Qatar, Sheikh Hamad, per un incontro con il presidente libanese Michel Suleiman, il premier Saad Hariri, il presidente del Parlamento e alti funzionari di Hezbollah, la formazione politica all’origine della crisi di governo.
I diplomatici di Turchia e Qatar giungono in Libano per sostenere la mediazione della Siria e dell’Arabia Saudita atta a risolvere la crisi libanese. Trattative tese a a scongiurare un eventuale conflitto armato fra le diverse fazioni del paese e nelle quali è stato coinvolto anche l’Iran. Naturalmente non sono mancate voci da Washington, con il presidente americano Barack Obama che ha invitato i partiti libanesi a mantenere la calma.
In Libano la tensione sale e l’Occidente si preoccupa. Il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha esortato Hezbollah a non politicizzare il lavoro del Tribunale speciale per il Libano.
Ieri questo tribunale ha presentato l’accusa definitiva riguardante l’assassinio nel 2005 dell’ex premier Rafik Hariri. Per motivi di organizzazione interni dell’Onu i nomi delle persone accusate sono ancora riservati, ma stando alle indiscrezioni ad essere accusati della strage che oltre ad Hariri aveva ucciso altre 21 persone saranno esponenti di livello di Hezbollah.
Hezbollah è conscio di queste accuse e a sua volta accusa il tribunale di essere parte di un complotto americano-israeliano contro il Libano. I suoi dirigenti hanno chiesto al governo di Saad Hariri di sconfessare le conclusioni dei magistrati. Al rifiuto del premier di assecondare questa richiesta, dieci ministri legati ad Hezbollah hanno lasciato il Parlamento, dando avvio a una crisi di governo i cui sviluppi restano imprevedibili.
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