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Yara. Il procuratore riaccende le speranze. La cerchiamo viva.

Prosegue incessante la terribile odissea che la famiglia Gambirasio, la piccola Yara e il paese intero di Brembate Sopra stanno vivendo ormai dal pomeriggio del 26 novembre.

Oggi si é svolta la conferenza stampa congiunta da parte degli inquirenti alla presenza del procuratore aggiunto di Bergamo, Massimo Meroni, il quale ha chiaramente affermato . ” non abbiamo indicazioni che Yara possa essere stata uccisa quindi per noi è ancora viva. Il problema è che non abbiamo seri indizi su quello che realmente è accaduto. Non è emerso assolutamente nulla di anormale nella vita di Yara. Ma tutto è possibile, non essendoci nessun indizio serio o significativo”. Nessuna pista viene comunque tralasciata, tutte le segnalazioni, proprio tutte ha specificato il procuratore, vengono attentamente vagliate. Molti i testimoni che ancora vengono ascoltati e oggi é toccato nuovamente al giovane Tironi, che per la quarta volta é stato ascoltato dagli inquirenti, dopo che inizialmente si era sparsa la voce che la sua testimonianza non fosse attendibile. Tironi a suo tempo aveva dichiarato di aver visto la ragazzina proprio quel pomeriggio, in via Rampinelli. Secondo il giovane, Yara era in compagnia di due uomini. Poco distante vi sarebbe stata una Citroen di colore rosso. La tesi dei due uomini che litigavano o discutevano é stata sostenuta anche da una ex guardia giurata intervistata da Italia1.

FIKRI Con la scomparsa di Yara Gambirasio non c’entravo proprio nulla. Ho vissuto un incubo. Sono le parole di Mohammed Fikri, il marocchino fermato a causa di un grossolano errore nella traduzione di un’intercettazione telefonica per la scomparsa della 13enne a Brembate e in seguito rilasciato. Il giovane ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera. Il giovane racconta che si era imbarcato il 4 dicembre sul traghetto che l’avrebbe portato in Marocco, per un periodo di riposo dal lavoro. “Ero andato a cena e stavo parlando dei miei connazionali. Mi hanno detto che avrei dovuto seguirli. Siamo rientrati in porto. Mi sono ritrovato in cella, a Bergamo e da quel momento è cominciato il mio incubo”. Fikri al Corriere della Sera racconta che durante gli interrogatori ha risposto a tutte le domande e sottolinea che meno male hanno riascoltato la telefonata e hanno capito bene le parole che avevo pronunciato nel mio dialetto”. Nonostante tutto, non serba rancore per l’accaduto. “Io sono musulmano e la mia religione m’impone di chiedere perdono anche per chi ha sbagliato. Io ho già perdonato. L’unica cosa che chiedo è che l’Italia mi restituisca la dignità”.

Redazione-cro

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